Tratto da: Ildirittoamministrativo.it
Autore: Michele Corradino (1)
Abstract
Il contributo esamina tre tesi fondamentali che l’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sviluppa in materia di intelligenza artificiale: la non neutralità dei sistemi algoritmici, la concentrazione del potere nelle mani di pochi soggetti privati globali e la capacità dell’IA di costruire credenze, orientare l’opinione pubblica e condizionare le scelte politiche. L’analisi muove dai paragrafi 71-137 e 177-180 del documento, evidenziandone la convergenza con le categorie elaborate dalla riflessione giuridica più recente — IA come infrastruttura cognitiva e come pre-potere politico — e le implicazioni per il diritto pubblico e amministrativo. La tesi conclusiva è che la governance dell’IA non può risolversi solo negli strumenti del divieto o della regolamentazione tecnica: richiede un cambio di paradigma che ponga al centro la legittimazione democratica delle scelte valoriali incorporate nei sistemi algoritmici e la partecipazione dei cittadini alla definizione del codice etico che li governa.
- Un’Enciclica che entra nel dibattito giuridico e politico
Con l’Enciclica Magnifica Humanitas, la dottrina sociale della Chiesa, con i suoi principi del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà e della giustizia sociale irrompe nel dibattito giuridico e politico sulle immense opportunità di sviluppo offerte dall’intelligenza artificiale e sui limiti da porre al suo utilizzo a tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.
L’Enciclica di Papa Leone XIV rivela già nel sottotitolo «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» l’ambizione del documento. Non solo un intervento pastorale di grande respiro ma anche un’analisi sistematica del fenomeno che più di ogni altro sta ridisegnando gli assetti di forza nel mondo: l’intelligenza artificiale che si fa strumento di potere. Innestandosi con forza nel solco più importante del dibattito giuridico contemporaneo in tema di AI, l’Enciclica afferma coraggiosamente, al paragrafo 5, che «(u)n tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente «privato», e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».
E’ questo il punto nodale del dibattito: all’incrocio tra autorità e libertà, là dove tradizionalmente si trovano gli Stati, sono presenti oggi anche soggetti privati di dimensioni e forza economica superiori a gran parte delle Nazioni, capaci di influenzare le scelte dei singoli e le decisioni pubbliche.
In questo quadro è essenziale comprendere il ruolo dell’intelligenza artificiale nella formazione delle scelte pubbliche per valutare la portata dei suoi effetti. Come affermato al paragrafo 85, « le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali, possono accrescere partecipazione e giustizia oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione. Per questo vanno valutate con una domanda decisiva: contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?».
Nel dedalo di percorsi interpretativi segnati dall’Enciclica tre strade sembrano particolarmente significative nel quadro ricostruttivo che si è descritto.
Il primo: l’intelligenza artificiale non è neutrale.
Il secondo : pochi soggetti privati governano il mondo attraverso di essa.
Il terzo : l’IA è capace di costruire credenze, orientare opinioni pubbliche, plasmare ideologie politiche, fino a incidere sulle scelte private e collettive.
Tre tesi che l’Enciclica Magnifica Humanitas enuncia con nettezza, sviluppa con coerenza argomentativa e colloca in una cornice di dottrina sociale che le conferisce una prospettiva inedita. Su ciascuna di esse vale la pena soffermarsi.
- La non neutralità dell’intelligenza artificiale
La questione della neutralità dell’IA non è solo questione tecnica. È questione politica perché attiene all’individuazione dei soggetti che detengono il potere di decidere quali valori vengono incorporati nei sistemi di intelligenza artificiale che governano le vite delle persone e orientano le scelte delle Comunità .
L’Enciclica lo afferma con chiarezza. Al paragrafo 85 già citato, affrontando il tema dello sviluppo umano integrale, si legge: «(l)e innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali». Come affermato al n. 100, «(l)’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti».
La conseguenza, sotto il profilo giuridico, è naturale: se l’IA non è neutrale, allora ogni decisione algoritmica è una decisione di valore che, in quanto tale, ogni volta che incide sulle scelte pubbliche, non può essere sottratta al rispetto dei diritti fondamentali e al controllo democratico.
Il tema è sviluppato con ancora maggiore precisione al paragrafo 102, là dove l’Enciclica descrive una delle insidie più sottili dei sistemi automatizzati: «i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati».
La finzione di neutralità è, in altri termini, la forma più efficace di potere opaco: ciò che si presenta come tecnica è, in realtà, scelta; ciò che si mostra come oggettività è, in realtà, visione del mondo.
Al paragrafo 103, la conseguenza politico-istituzionale è formulata con precisione: quando si affida ad un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, «la responsabilità politica» scompare dall’orizzonte, «perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare».
È la medesima intuizione che emerge dall’analisi giuridica del problema della c.d. black box: l’area imperscrutabile dell’intelligenza artificiale in cui nessuno, nemmeno chi ha progettato il modello informatico, è in grado di orientarsi, al punto che non è possibile in alcun modo comprendere l’iter motivazionale che ha portato la macchina all’assunzione di una decisione.
Il problema qui è duplice: da una parte non è possibile ricostruire come la macchina abbia deciso – problema che si infrange contro il principio fondamentale della trasparenza delle scelte amministrative e dell’accountability delle decisioni politiche – e, d’altra parte, quella incomprensibilità funziona spesso come schermo di una decisione presa altrove o come alibi per ritenere che la scelta tecnica sia sempre la migliore perché neutrale ed efficiente, a prescindere dal fatto che abbia calpestato diritti fondamentali.
E’ l’ingiustizia che si fa silenziosa e insindacabile.
La valorialità della scelta tecnica si coglie invece, in tutta la sua forza, al paragrafo 104: «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni».
Il profilo etico non può limitarsi a domandarsi se un sistema venga usato per uno scopo buono o cattivo, ma deve chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inglobata nei dati e nei modelli che lo guidano.
La questione ha risvolti anche sotto il profilo del diritto amministrativo: da tempo la giurisprudenza amministrativa, seguita poi dalla legislazione in tema di contratti pubblici e di uso dell’intelligenza artificiale, si interroga sui criteri che devono presidiare l’uso dell’algoritmo nei procedimenti pubblici individuandoli nella conoscibilità, nella centralità del controllo umano (il c.d. human in the loop) e nel principio di non discriminazione.
Ma questi criteri, per quanto necessari, restano insufficienti se non si affronta la questione a monte: chi ha deciso i valori incorporati nel sistema? Secondo quali criteri? Con quale legittimazione democratica?
L’Enciclica pone esattamente queste domande. E la risposta che ne emerge rimanda al secondo tema.
- Pochi soggetti privati che governano il mondo
Non è la prima volta che la dottrina della Chiesa si confronta con la concentrazione del potere economico.
Ricorda l’Enciclica, al paragrafo 92, come già Papa Francesco avesse denunciato «la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato».
Ma è forse la prima volta, nella storia del Magistero, che un’Enciclica descrive con questa precisione il meccanismo attraverso cui pochi soggetti privati globali si sono appropriati del potere di fatto che un tempo era attributo tipico degli Stati.
Al paragrafo 95 il documento è limpido: «il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Poi la valutazione: «Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze».
La stessa valutazione è ripresa al paragrafo 71, con un’angolazione che riguarda specificamente un interessante profilo di lettura del principio di sussidiarietà nell’era dell’intelligenza artificiale. Riprendendo le più moderne ricostruzioni del principio di sussidiarietà nel mondo globalizzato, viene affermato che, nel contesto digitale «il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche».
Il paragrafo 107 porta questo ragionamento alle sue conseguenze più precise: «chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi».
E’ l’intuizione che percorre il dibattito giudico contemporaneo: l’intelligenza artificiale come struttura cognitiva in grado di porsi come pre-potere politico in grado di influenzare le scelte decidendo quello che può essere deciso. E in questo quadro non basta un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi.
Al paragrafo 108 si legge ancora : «piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli».
Al paragrafo 109, l’Enciclica parla di «nuova asimmetria epistemica, economica e politica», nominando esplicitamente «i nuovi monopoli dell’IA». «Parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria».
È la grammatica del potere digitale: dati, capitale computazionale e capacità normativa concentrati nelle mani di pochi soggetti che non rispondono ad alcun circuito democratico e sono, nella gran parte dei casi, animati da fini di lucro.
Su questo punto l’analisi dell’Enciclica converge, come sopra accennato, con quella che emerge dalla riflessione più recente sulla sovranità digitale e sul ruolo assunto da pochi soggetti privati globali che per dimensioni economiche e capacità regolatoria sono paragonabili agli Stati.
Il paragrafo 178 aggiunge una dimensione ulteriore, che riguarda quello che viene icasticamente definito «colonialismo digitale»: «(i)l colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili. Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono attraversati da una nuova logica di estrazione: flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove «terre rare» del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi è cosa conta».
La domanda che l’Enciclica pone, e che il giurista non può eludere, è impellente: come si governa questo fenomeno?
E questa domanda ne suggerisce un’altra: è sufficiente il modello europeo di regulation first – di cui l’AI Act è l’espressione più compiuta – a fronteggiare una concentrazione di potere di questo ordine di grandezza?
É ormai chiaro che serve qualcosa di più e nell’Enciclica si trova un sentiero interpretativo utile alla riflessione: serve «una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi».
É necessario cioè un investimento etico che si traduca in scelte politiche forti e strategie giuridiche in grado di proteggere i diritti senza fermare lo sviluppo.
«Altrimenti – come detto nello stesso punto dell’Enciclica – l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma».
- Il governo dell’immaginario collettivo da parte dell’AI: credenze, opinioni pubbliche, ideologie politiche
Il terzo tema è, per molti versi, il più inquietante e si colloca nel solco degli studi più recenti che hanno riguardo sia i profili scientifici sia quelli giuridici.
L’intelligenza artificiale – come emerge dal dibattito scientifico contemporaneo (cfr., per tutti, Waight et al., Nature, 2026, https://www.nature.com/articles/s41586-026-10506-7, e Schroeder et al., Science, 2026, https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz1697) – non si limita a eseguire o a decidere: forma. Forma credenze, orientamenti, preferenze, identità. Costruisce l’orizzonte cognitivo entro cui le decisioni vengono assunte, sia quelle private, sia quelle pubbliche. Agisce come infrastruttura cognitiva: non uno strumento di cui ci si avvale, ma un sistema che configura autonomamente il proprio operare e che modifica strutturalmente i processi decisionali. L’intelligenza artificiale, sta a monte delle decisioni, definisce l’area di ciò che può essere deciso, condiziona ogni scelta ponendosi prima della consapevolezza di chi sceglie.
E’ questo l’elemento che mette in crisi e rende insufficiente il pur indispensabile criterio sintetizzato nell’espressione «human in the loop» che percorre la disciplina europea e quella italiana.
E’ certo essenziale che al centro del percorso di scelta di ogni decisione pubblica ci sia l’uomo ma il rischio concreto è che – in assenza di interventi di sistema ulteriori – il soggetto formalmente preposto alla decisione finale non sia il vero decisore, ma un validatore di scelte assunte altrove e da altri. Ciò, peraltro, con un conseguente processo di delocalizzazione della responsabilità verso l’ultima ruota della catena decisoria, degradato a funzioni meramente di presa d’atto.
Al paragrafo 100 l’Enciclica coglie una delle insidie più sottili: «l’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti».
Un sistema che si presenta come specchio della realtà è, in realtà, uno specchio deformante: riflette i valori, le priorità, i pregiudizi di chi lo ha costruito. Il sistema digitale spinge verso una certa direzione e chi lo usa non sa di essere strumento di realizzazione e spesso oggetto di una scelta presa altrove.
I paragrafi 115 e 116 affrontano le correnti transumaniste e postumaniste, che il documento descrive come «sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie». La parola chiave sulla quale riflettere è «colonizzano»: si tratta di una strategia attiva di plasmazione del senso comune.
Anche quando queste ipotesi restano in larga parte speculative, «modificano l’immaginario collettivo e, di conseguenza, orientano le scelte sociali, economiche e politiche».
Al paragrafo 133 il ragionamento raggiunge la sua formulazione più dirompente: «Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero».
Puro potere privo di verità. È una formula che ha la densità di un concetto giuridico. E la sua radice, secondo l’Enciclica, è il fatto che «l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società».
Al paragrafo 136 il documento conclude affermando che: «chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio ma spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico».
Le riflessioni fin qui prese in esame vanno proiettate sul piano politico e giuridico.
Si legge al paragrafo 132 che «(s)trumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente».
Qui l’Enciclica si lega ad uno dei temi più delicati sollevati dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e oggetto del dibattito giuridico contemporaneo: i rischi per la libertà derivanti dalla sua capacità di «indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo…» (paragrafo 133).
In questo senso è stato messo in rilievo nel dibattito giuridico come la localizzazione del potere nei luoghi istituzionali si è progressivamente erosa di fronte alla capacità dell’opinione pubblica – mediata spesso attraverso la forza dei social per lo più non regolati – di incidere sulle scelte di governo.
Le decisioni di politica estera e interna non sono più assunte soltanto nelle sedi istituzionali: si formano anche nell’arena pubblica digitale.
Chi dispone della capacità tecnica di manipolare i social può condizionare le scelte politiche. Una recente decisione della Corte Costituzionale rumena è, come noto, andata esattamente in questa direzione, annullando le elezioni presidenziali per l’influenza esercitata da soggetti esterni tramite la manipolazione degli algoritmi di una piattaforma digitale. E la preoccupazione della comunità scientifica per la capacità dei sistemi agentici di costruire mainstream – l’impressione che un determinato pensiero sia diffuso e che l’opinione pubblica voglia una cosa piuttosto che un’altra – per orientare la politica verso direzioni predeterminate è oggi oggetto di specifica attenzione.
Al paragrafo 134 dell’Enciclica si coglie ciò che è in gioco: «(l)a ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia» e «il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo», per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, citata dall’Enciclica, «i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma “la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”».
In questo quadro la disinformazione algoritmica non ha sempre come obiettivo finale di convincere qualcuno di qualcosa di falso quanto piuttosto quello di rendere indistinguibile il vero dal falso, di saturare lo spazio cognitivo fino a soffocare il pensiero critico e svilire le regole della partecipazione democratica e la stessa libertà.
É un processo di governo dell’immaginario collettivo collegato direttamente alla questione della democrazia. Al paragrafo 132, la verità, nel discorso pubblico, è «relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo».
Quando questi legami vengono erosi, la democrazia si indebolisce svuotandosi dall’interno: si deteriora la capacità effettiva dei cittadini di deliberare.
- Implicazioni per il diritto pubblico: la necessità di un cambio di paradigma
Che cosa resta al giurista, al termine di questo percorso?
Resta la conferma – da una fonte tanto autorevole quanto inattesa – di una diagnosi che la riflessione giuridica più avanzata sta maturando con crescente urgenza: il problema dell’intelligenza artificiale non è un solo problema di regolamentazione tecnica ma è questione di potere, di sovranità, di democrazia.
I tre temi che l’Enciclica sviluppa – non neutralità, concentrazione del potere, governo dell’immaginario – spingono il giurista verso la conclusione che non è possibile governare l’intelligenza artificiale soltanto con strumenti normativi di tipo proibitivo o restrittivo. Meccanismi, questi, certo indispensabili per fissare limiti condivisibili ma non sempre sufficienti ad assicurare, nell’attuale contesto geopolitico e internazionale, la tutela della libertà e dei diritti
Come si è detto, l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di cui ci si avvale: è un’infrastruttura cognitiva che sta modificando strutturalmente i processi decisionali. Essa si configura come un pre-potere politico: sta a monte delle decisioni, condiziona ogni scelta che si assume. Ne discende che, anche qualora si vietasse l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scelte pubbliche e nella pubblica amministrazione, i soggetti realmente capaci di governare l’AI rimarrebbero comunque in grado di incidere direttamente o indirettamente sui procedimenti amministrativi e sulle scelte fondamentali del Paese.
Il problema non è nel procedimento: è a monte del procedimento.
L’Enciclica formula al paragrafo 107 ciò che il legislatore dovrebbe tenere a mente: «Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi».
L’allineamento dei valori è problema politico e non tecnico. Chi decide i valori cui allineare i sistemi? Con quale legittimazione democratica? Secondo quale procedimento? Su questa domanda il diritto pubblico -e il diritto amministrativo in particolare – hanno gli strumenti per rispondere a queste domande. Li hanno ma devono usarli in modo nuovo.
C’è poi un problema di carattere geopolitico: il panorama internazionale espone l’Europa a un’asimmetria tecnologica di proporzioni immense. L’Europa non produce adeguatamente chip, non dispone di data center in numero sufficiente, non è sostanzialmente in grado di produrre autonomamente intelligenza artificiale competitiva. Dunque la acquista. E chi acquista dipende da chi produce.
In questo quadro appare evidente che, per difendere davvero i diritti fondamentali e i propri valori, non è sufficiente vietare né opporre soltanto una resistenza di carattere etico: occorre avere la capacità concreta di fronteggiare la situazione, di dare enforcement alla normativa emanata, e di orientare l’intelligenza artificiale verso i propri obiettivi.
Il paragrafo 110 dell’Enciclica usa una parola che dovrebbe entrare nel lessico del diritto pubblico: «disarmare». Disarmare l’intelligenza artificiale significa «rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare», non rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile e contestabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.
È necessaria una riflessione che vada ben al di là della sola logica del divieto. Non è più sufficiente affermare che ciò che non è conoscibile non deve essere utilizzato ma occorre elaborare un approccio che, nell’inarrestabile sviluppo dell’intelligenza artificiale, assicuri redistribuzione delle risorse, garanzia dei valori ambientali, tutela dei soggetti più deboli.
Come detto, la pubblica amministrazione, di fronte a un’esigenza tecnologica, può fare due cose: comprare o produrre. Se compra -come in questo momento è sostanzialmente obbligata a fare -deve pretendere garanzie e sicurezza sia con riferimento all’integrità e non corrompibilità da remoto dell’hardware – problema che può minare perfino la sicurezza nazionale – sia con riferimento ai profili valoriali dell’addestramento dell’AI.
Occorre anche iniziare seriamente a costruire una sovranità tecnologica propria, di dotarsi di cloud proprietari, di infrastrutture digitali ed energetiche autonome in modo da potere avere voce in capitolo nel governo dell’AI e garantire così un’effettiva applicazione delle norme.
E soprattutto occorre guidare questo cambiamento nel rispetto della sostenibilità ambientale (l’intelligenza artificiale porta ad una smisurato consumo di acqua ed energia elettrica) e della sostenibilità sociale (l’intelligenza artificiale porta a ristrutturazioni aziendali con perdite di posti di lavoro e nuove forme di sfruttamento dei lavoratori e delle persone).
Occorre infine la svolta più coraggiosa: pretendere la partecipazione. La partecipazione costituisce oggi fonte della legittimazione del potere democratico e non può abdicare di fronte al potere esercitato da pochi soggetti sul mondo. Risuonano con forza le parole dell’Enciclica al paragrafo 107: «non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto allineamento dell’IA ai valori umani, senza avere il coraggio di porre un ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi».
Il diritto amministrativo e, in particolare il diritto degli appalti con le previsioni dei contratti innovativi che vedono amministrazione e impresa, pubblico e privato, cooperare nella creazione dei prodotti che l’ente acquisterà, ha già la possibilità di fornire gli strumenti concreti per rendere praticabile la strada della partecipazione alle scelte. La legislazione ha la possibilità di pretendere la partecipazione alle scelte essenziali dei soggetti privati strategici per la sicurezza del Paese e la vita della Comunità.
Questo è il problema centrale per la democrazia, per la libertà e per la tutela dei diritti fondamentali.
Non va sottovalutato infine il problema centrale della formazione digitale che sia in grado di determinare capacità critica e conoscenza approfondita del nuovo mondo che si profila.
Sono le nuove frontiere di cui tutti coloro che sono chiamati a fare scelte pubbliche o a studiarle dovranno necessariamente occuparsi.
E’ il tempo dell’azione: come detto al paragrafo 106 dell’Enciclica «non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al propio compito. Altrimenti il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».
[1] Presidente di Sezione del Consiglio di Stato

