Quando ho letto la nuova delibera ANAC sulle attestazioni degli OIV, la prima sensazione che ho provato è stata sinceramente un certo disagio.
E non soltanto pensando al lavoro dei Nuclei di valutazione.
Ho pensato anche agli uffici, alle segreterie, ai responsabili, agli RPCT, a tutte quelle persone che nei prossimi mesi dovranno rincorrere verifiche, percentuali, standard, conformità tecniche, metadati, link, formati, controlli e monitoraggi sempre più dettagliati.
A un certo punto mi è tornata in mente una frase molto bella: “Una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione”.
Perché il rischio è esattamente questo. La trasparenza amministrativa nasce per aiutare il cittadino a capire meglio come funziona una amministrazione. Ma negli anni abbiamo progressivamente trasformato questo principio in una gigantesca macchina burocratica fatta di pubblicazioni, sotto-sezioni, allegati, schede, verifiche e attestazioni.
Naturalmente nessuno mette in discussione l’importanza della trasparenza. Il problema è un altro: quando l’adempimento prende il sopravvento sul senso delle cose, la trasparenza rischia di diventare solo un esercizio formale. Leggendo la delibera, infatti, si percepisce chiaramente come il centro dell’attenzione non sia più il cittadino che legge, ma il sistema che controlla. Conta il formato del dato, la struttura, la interoperabilità, la correttezza tecnica della pubblicazione.
Tutto giusto, per carità. Ma intanto gli enti producono sempre più informazioni che quasi nessuno leggerà davvero. E gli OIV rischiano di diventare sempre più organismi chiamati a certificare conformità documentali anziché riflettere sulla qualità sostanziale dell’amministrazione.
Forse dovremmo fermarci un momento e chiederci una cosa semplice: la trasparenza serve a pubblicare tutto o a far capire qualcosa? Perché tra le due cose c’è una differenza enorme.

