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03/09/2021 - Addio a uno smart working mai nato

Dal sito phastidio.net un articolo di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

lo smart working nella Pubblica Amministrazione torna di moda, ma non per porsi e risolvere il problema di come applicarlo in modo corretto e produttivo, bensì per chiudere l’esperienza.

Il Ministro della Funzione Pubblica da qualche giorno annuncia che bisogna tornare al lavoro “ordinario” in presenza. Con tanti saluti al famoso ormai POLA (il Piano Organizzativo Lavoro Agile), inventato dal precedente inquilino di Palazzo Vidoni e già cancellato dal PIAO (Piano Integrato di Attività e Organizzazione).

A ben vedere, Titolare, se l’intento del Ministro sarà rispettato si porrà fine nella PA ad uno smart working che in realtà non è mai realmente iniziato, se non in rarissimi casi.

Come ha evidenziato su Twitter il Prof. Michele Tiraboschi, nella gran parte dei casi il lavoro agile nela PA si è raggrinzito in un mero lavoro da casa.

Cosa è mancato? Tutto quanto serviva da condizione preliminare: la riorganizzazione del lavoro, anche (ma non solo) in termini di digitalizzazione.

La sedia in ufficio

Il lavoro agile, infatti, può funzionare realmente solo se venga ripensato il modo con cui si lavora, superando definitivamente l’idea che la prestazione lavorativa sia strettamente connessa all’inchiodamento del lavoratore ad una sedia o a una postazione di lavoro, alla quale debba quotidianamente “andare” muovendosi da casa, per poi “tornare” a casa. L’idea vetusta che il lavoro è tale se “si va” al lavoro e da esso si torna, dopo lungo peregrinare.

Si tratta di quella stessa idea secondo la quale il lavoro altro non è se non l’apostrofo rosa tra una timbratura all’entrata ed un’altra all’uscita, in mezzo alle quali nessuno sa esattamente cosa facciano i dipendenti (e in alcuni casi, nemmeno se effettivamente siano presenti quei dipendenti che hanno timbrato o fatto timbrare per proprio conto da altri), anche se un’assenza per andare a consumare un panino e un caffè sembra possa essere la leva che farà salire il Pil di 2 punti!

Il lavoro agile dovrebbe essere il cambio di paradigma: lo strumento decisivo per capire che il lavoro non coincide con la mera messa a disposizione del proprio tempo e in dato luogo da parte del lavoratore al datore, accompagnata dall’adempimento alle direttive di quest’ultimo. Soprattutto in un sistema gigantesco di produzione di servizi a valore aggiunto, quale dovrebbe essere ed essere anche percepito quello della PA, vi dovrebbe essere estrema attenzione al valore e, quindi, ai compiti da realizzare ed i risultati a questi collegati.

Pochissimi esempi: ampliare i controlli, ad esempio, dell’ispettorato del lavoro, significa porsi obiettivi connessi alla percentuale di aumento del numero dei controlli rispetto ad un plafond determinato, alla percentuale dei contenziosi derivanti, alla percentuale dei contenziosi comunque vinti, al numero di verbali.

Conoscere i tempi

Il che implica avere conoscenza dei tempi richiesti dalle uscite, dall’accesso ai locali, dalla redazione dei verbali, dalle notifiche, dall’adozione dei provvedimenti, dalla gestione dei contenziosi, per realizzare così griglie di attività e compiti, ripartibili tra i vari dipendenti, in modo da creare griglie chiare di attività da svolgere e risultati concreti da ottenere. Passando così dall’espletamento della mansione, alla creazione del valore connesso alla mansione svolta.

Il che consentirebbe di svolgere l’attività lavorativa non necessariamente in un solo luogo, ma in una molteplicità di sedi e anche senza l’incatenamento ad un segmento orario nel quale svolgere le varie attività.

 

In questo consiste lo smart working: cioè, nella possibilità di connettere la propria prestazione lavorativa alla realizzazione di compiti operativi chiari, connessi a risultati individuali e di gruppo misurabili, indipendentemente dall’orario e dalla sede.

Ma, Titolare, è proprio questo il punto. Sebbene il lavoro agile presupponesse esattamente il cambiamento di paradigma sintetizzato sopra e la pandemia avesse offerto l’occasione per metterlo in atto, sono passati mesi senza che, in realtà, nulla si sia mosso (e non era difficile vaticinarlo).

Intendiamoci, Titolare: l’idea che lo smart working non debba essere la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione non è in sé da criticare. Ma, l’errore consiste nel ritenere che il lavoro “in presenza” sia prioritario o di superiore valore allo smart working, così da passare da percentuali obbligatorie elevatissime di personale da porre in lavoro agile (come nella prima fase della pandemia), all’idea che il lavoro agile debba essere in fondo solo una misura recessiva, finalizzata alla conciliazione lavoro e famiglia per poche categorie di lavoratori che evidenzino alcune posizioni di svantaggio.

Due modalità complementari di lavoro

Il lavoro “in presenza” e il lavoro agile, in una concezione moderna e funzionale, dovrebbero essere considerati come facce di una stessa medaglia. Non vi dovrebbero essere preminenze, né percentuali: l’organizzazione e, soprattutto, i bisogni dell’utenza dovrebbero essere la molla che induca la singola PA a calibrare l’estensione dell’uno e dell’altro sistema di lavoro possibili.

Purtroppo, il messaggio che occorra tornare in presenza per assicurare efficienza e qualche pasto in più nei baretti che vivono di rendita di posizione nei pressi degli uffici pubblici, è deleterio.

 

In effetti, inneggiare al rientro in ufficio perché così si evitano le mancate risposte alle istanze o tempi infiniti per la conclusione dei procedimenti, significa soltanto ammettere la più cocente delle sconfitte. Proprio da parte, per altro, di quello stesso Ministro che 12 anni fa intraprese la battaglia della produttività, della misurazione del lavoro e dei risultati.

È vero: in alcune (ma, concretamente, quali e quante?) realtà lo smart working ha comportato rallentamenti e inefficienze, per la semplice ragione che molte amministrazioni, in totale dispregio del codice dell’amministrazione digitale e, appunto, della riorganizzazione per processi e risultati, non hanno digitalizzato le banche dati, né creato reti ed applicativi operanti in reti sicure, né favorito l’accesso da remoto ai desktop di lavoro. Hanno di fatto consentito ai lavoratori di portarsi un po’ di scartoffie a casa e da lì collegarsi, per il poco possibile, ad alcune attività d’ufficio.

Ma, la reazione a queste realtà, in un sistema Paese serio, nel quale si sta vivendo una riforma del reclutamento nella PA finalizzata espressamente ad acquisire le “competenze digitali” e gestendo una pioggia di miliardi proprio per la digitalizzazione anche della PA, non dovrebbe essere la chiusura dell’esperienza del lavoro agile.

Cercansi nativi digitali da rinchiudere in ufficio

Non è chi non veda l’incredibile contraddizione in termini di chi ad un tempo riformi i concorsi per assumere personale “nativo digitale” e partecipi ad uno straordinario piano di rifondazione digitale, e contestualmente predichi il “lavoro in presenza”, perché i collegamenti sono inefficienti e gli applicativi on line pochi e improduttivi.

La reazione avrebbe dovuto essere un’altra: controllare quali amministrazioni, con nomi e cognomi, siano ancora inaccettabilmente indietro nella digitalizzazione, nella programmazione del lavoro per compiti da svolgere e risultati da ottenere, nella formazione, nell’attuazione del codice dell’amministrazione digitale.

È inutile portare a paradigma il caso di qualche comune che tarda le imprese ad usufruire del bonus lavori 110%, per estendere a tutti la fine del lavoro agile. Le singole amministrazioni che tardano a chiudere i procedimenti e a riorganizzarsi, andrebbero sanzionate: gli amministratori politici commissariati, i dirigenti ed i funzionari inadempienti privati dei premi di risultato.

Per altro, molto spesso le amministrazioni ritardatarie che imputano problemi di rispetto dei termini o di contatto con l’utenza al lavoro agile, sono quelle che comunque tardavano egualmente e risultavano egualmente incontattabili anche senza smart working.

È più facile e propagandistico, dunque, chiudere l’esperienza, mai decollata, del lavoro agile a fronte di qualche Camogli in più e continuare a pensare che i problemi di efficienza del lavoro nella PA si risolvano con qualche assunzione in più, che non attuare la parte mai attuata della riforma del 2009: ragionare sui risultati da conseguire, cosa che renderebbe il lavoro agile conseguenza normale ed inevitabile di una razionale organizzazione, ovviamente solo dove l’attività risulti compatibile con questa modalità, anche tenendo conto delle competenze digitali di cittadini ed imprese.

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