tratto da gianlucabertagna.it
 

Sono passati quasi sei anni dall’entrata in vigore delle nuove regole sulle facoltà assunzionali dei Comuni. Eppure, in tanti enti, continuiamo a ragionare così: prima qualcuno va in pensione, poi assumiamo chi lo sostituirà.

È il vecchio turnover che continua a vivere nelle nostre teste.

Dal 2020, invece, il meccanismo è un altro. Non si guarda più a quanto “libera” chi cessa, ma alla sostenibilità finanziaria della spesa di personale. Se i parametri lo consentono e gli equilibri di bilancio sono rispettati, non c’è nessuna ragione per aspettare l’ultimo giorno di servizio del collega che va in pensione prima di far entrare il nuovo assunto.

Anzi.

Un mese, due mesi di sovrapposizione possono significare passaggio di consegne, conoscenza delle procedure, trasferimento delle competenze, comprensione delle mille particolarità che spesso esistono solo nella testa di chi quel lavoro lo fa da vent’anni.

Quanto costa? Magari 3.000 o 6.000 euro di maggiore spesa una tantum. Se una cifra del genere mette in crisi gli equilibri o i parametri di sostenibilità, probabilmente il problema dell’ente è un altro.

E invece cosa facciamo spesso?

Aspettiamo la pensione. Perdiamo ogni possibilità di affiancamento. Poi, quando ci accorgiamo che nessuno sa più dove mettere le mani il problema diventa “urgente” e cominciamo a studiare come far tornare il pensionato: incarichi, collaborazioni, supporti, interpretazioni e qualche volta equilibrismi normativi.

Forse sarebbe più semplice usare bene le regole che abbiamo già.

Assumere prima che qualcuno cessi non è uno spreco.

Può essere, molto banalmente, organizzazione.

 
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