tratto da leautonomie.it - a cura di Luigi Oliveri

L’episodio molto grave dell’aggressione del segretario comunale del comune di Pompei, se ovviamente confermato dalle indagini doverose, evidenzia in un colpo solo tutte le velleità ed i fallimenti delle riforme del lavoro pubblico e dell’organizzazione della PA di questi ultimi anni.

Cos’è avvenuto in estrema sintesi? Un consigliere comunale ha aggredito e schiaffeggiato il segretario comunale, in quanto presidente della commissione del concorso al quale partecipava il figlio di tale consigliere, che non ha superato però le prove scritte.

Oltre alla doverosa solidarietà al funzionario pubblico vittima dell’aggressione, si impongono una serie di ulteriori considerazioni. Perchè la solidarietà e lo sdegno, pur necessari, non bastano.

Quanto avvenuto non è che la punta di un iceberg ben più profondo ed esteso, che comprende praticamente tutti gli 8.000 comuni italiani circa, ma nella sostanza tutta la PA: è l’iceberg della funzione politica che non riesce ad accettare il principio della separazione delle funzioni proprie, limitate alla programmazione ed al controllo, da quelle gestionali, spettanti agli organi tecnici. Una refrattarietà che implica un rifiuto quasi connaturato ad una strutturazione organizzativa discendente direttamente dalla Costituzione vista sempre più non come il fluido vitale che unisce e forma la Repubblica, ma come un ostacolo.

E’ ancora radicatissima la convinzione che nella PA, per limitarsi al reclutamento (ma medesimi ragionamenti si potrebbero estendere agli appalti, alle concessioni, alle erogazioni di contributi e prebende e così via) si possa gire secondo i vecchi (?) criteri della lottizzazione della Rai, raccontati dai protagonisti con l’aforisma secondo si assumeva uno indicato dalla Dc, uno indicato dal Psi, uno indicato dal Pci ed uno bravo.

I costituenti, consapevoli che l’Italia veniva fuori dalla logica delle corporazioni e dalla dimostrazione della fedeltà cieca alla tessera del partito, hanno previsto con l’articolo 97 della Costituzione che l’accesso agli impieghi avvenga mediante concorso pubblico, proprio per evitare lottizzazioni, raccomandazioni ed ingerenze.

La solidarietà, dicevamo, non basta. Per rispondere in maniera adeguata all’emersione rabbiosa dell’insofferenza verso la Costituzione, verso ogni peso e contrappeso dell’azione politica, ogni refrattarietà alle regole ed ai conflitti di interesse, occorrerebbe ripensare seriamente ai tanti effett deleteri delle ultime riforme.

A partire dalla costante messa in discussione del concorso pubblico. Da tempo immemorabile, ormai, continuano a fioccare ad ogni piè sospinto paragoni – senza senso – col privato, che assume ovviamente come e quando vuole, o critiche nei confronti di un sistema che non assicura realmente di assumere i migliori: come se, invece, altri sistemi di assunzione, per primi appunto quelli del privato, fossero infallibilmente in grado di scegliere sempre il “talento” insuperabile.

Vero, il concorso pubblico, come ogni sistema di selezione e scelta, non è perfetto. Ma, a meno di non trovare commissari di concorso inclini alla corruzione ed alla violazione delle norme per accordare al politico di turno l’assunzione del protetto da questo, il concorso ha almeno il pregio di scongiurare potenzialmente che nella PA si entri per parentele con questo o quel consigliere, assessore, sindaco, direttore generale e via così. Poi, si possono e debbono migliorare i metodi selettivi, certo.

Ma giungere, come si è fatto, alla spinta verso assunzioni senza concorso (come avverrà a breve per la dirigenza) istituzionalizzando persino la “spinta” interna è proprio una di quelle riforme e scelte che alla fine non giustificano certo la mano che colpisce il volto del segretario probo, ma spiega l’evento.

Per solidarizzare davvero con quel segretario comunale occorrerebbe tornare seriamente indietro su ogni norma volta ad aggirare il concorso selettivo, o a consentire assunzioni “fiduciarie” o altri sistemi che possano contenere la rabbia del politico di turno e convogliarla nella soddisfazione di vedere il proprio figlio, parente, affiliato, amante inserito nei gangli della PA.

Dietro il paravento del “merito”, della “managerialità”, della ricerca delle “competenze” e dei “talenti”, si sono allentati i controlli, i filtri ed aumentate le pretese dell’esito “guidato” delle selezioni; contestualmente si sono anche ridotti fortemente presidi e deterrenze, per esempio abolendo il reato di abuso d’ufficio e circoscrivendo la responsabilità erariale. Più indietro nel tempo, l’indebolimento della struttura gestionale si è perseguito con dosi sempre crescenti di dirigenza “fiduciaria” e di spoil system che colpisce, per altro, in modo fortissimo proprio la categoria dei segretari comunali.

Pensiamo: che insegnamento si dà al giovane figlio del consigliere che agendo come denunciato dal segretario ha mostrato di calpestare le regole del convivere civile? E che beneficio potrebbe trarre la PA dalla sua composizione di persone selezionate con spinta e parentele? Come potrebbero costoro davvero essere “al servizio esclusivo della Nazione”, imposto dall’articolo 98 della Costituzione, se il loro ingresso nella PA è dovuto ad affiliazioni, parentele, amicizie che richiedono ovviamente fedeltà e decisioni tali da aumentare il rischio del sacrificio dell’interesse generale a beneficio dell’interesse particolare del gruppo che ha sostenuto l’assunzione “guidata”?

Nessuna solidarietà sarà davvero sincera e concreta se non seguiranno necessarie e radicali interventi sulle riforme di questi decenni. Perchè deve essere chiaro che se l’evento dell’aggressione fisica è qualcosa di raro, quotidianamente, invece, ogni segretario comunale, ogni dirigente, ogni funzionario, deve affrontare una pressione costante e continua verso l’imposizione di decisioni troppe volte pretese a prescindere da vincoli, regole, valutazione degli interessi contrapposti, buon andamento, economicità, efficienza. Troppe volte non parte il ceffone, ma il condizionamento del mancato rinnovo dell’incarico, della valutazione pessima, della revoca, sono comunque un pane quotidiano che rende l’azione amministrativa un percorso ad ostacoli e l’interesse pubblico un accessorio.

 

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