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16/09/2022 - La burocrazia brutta e sconosciuta

Dal sito EticaPA.it un articolo di Giuseppe Beato

Amici di chi scrive queste note – colti, in gamba e non prevenuti – usano dirgli che gli articoli sulla burocrazia sono “molto tecnici”; un modo educato per significare che non li leggono e/o non li capiscono. Le problematiche della pubblica amministrazione sono in effetti complicate, come del resto tante altre problematiche: l’energia, l’ambiente, la fiscalità, la previdenza, etc. Eppure, solo di questa problematica “complicata” la politica politicante non parla! Nel corso di questa campagna elettorale, alla burocrazia sono state dedicate poche righe nei programmi elettorali, nonostante la riforma delle pp.aa. sia stata indicata nel PNRR e da Bruxelles come una delle priorità assolute per rilanciare l’economia e la tutela dei diritti dei cittadini e delle imprese del nostro Paese. Rimangono in piedi solo le usuali intemerate giornalistiche sull’inefficienza della burocrazia italiana (cosa vera, purtroppo); queste, tuttavia, sono funzionali a una strategia generale di restringimento del campo d’azione della mano pubblica a favore di grandi player privati, vocati per definizione all’obiettivo (sano, per carità!) del profitto e non a quello dell’interesse generale del Paese.

Il fatto è che alla classe dirigente del nostro Paese e alla sua elite intellettuale fanno difetto, dall’epoca dell’Unità d’Italia a oggi, gli insegnamenti dei grandi pensatori europei (si veda qui “Max Weber e la burocrazia moderna”) e l’esperienza delle grandi democrazie occidentali (si veda fra i tanti “Merit System: l’amministrazione federale U.S.A.“). Questo difetto gravissimo impedisce  a un intero ceto dirigente di mettere a fuoco le problematiche delle nostre amministrazioni pubbliche nei loro giusti contorni…..e a nulla servono le preziose analisi che il prof. Sabino Cassese, agli albori della legislatura ora al termine,  effettuava su “Che cosa resta dell’Amministrazione pubblica” (vedi qui; vedi anche le considerazioni da quell’articolo deduceva il dr. Nicola Niglio sullo  specifico della dirigenza pubblica, come oggi ridotta). Avessero letto e doverosamente studiato, forse avrebbero compreso da quegli scritti di tre anni fa i seguenti fattori di crisi di efficienza:

  • il carattere (fortunatamente) democratico del nostro Ordinamento che oggettivamente rallenta i processi amministrativi, per la necessità di contemperare interessi della natura più diversa;
  • l’immobilismo degli apparati, la lentezza dei processi di decisione, l’incapacità di muovere le leve dell’organizzazione, che  producono invecchiamento amministrativo. Poiché ogni amministrazione è al centro della società, se non ne eguaglia il dinamismo, diventa una forza frenante;
  • l’eccesso di produzione legislativa (esondazione legislativa), che si spinge spesso a dettare minuziosi provvedimenti amministrativi ingessando così l’azione degli uffici pubblici;
  • la perdita della discrezionalità nelle decisioni dei responsabili amministrativi, vuoi a causa delle leggi-provvedimento, vuoi per le incursioni a volte ottuse degli organi giudiziari di accertamento del cosiddetto “danno erariale”;
  • la latitanza delle funzioni governative di erogazione di indirizzi generali e di controllo sulla qualità della gestione amministrativa;
  • la funzione impropria di decisione su questioni di complicata gestione professionale svolta dalla magistratura amministrativa in modo surrogatorio;
  • la redazione tecnica della maggior parte delle leggi opera degli uffici amministrativi, i quali, per evitare responsabilità, a scopo difensivo, scaricano sul Parlamento l’onere della decisione alla quale poi essi debbono dare applicazione. Per cui legislatore e amministrazione collaborano nell’accrescere la rigidità dell’amministrazione;
  • il meccanismo innescato dal corpo politico che alimenta l’inflazione legislativa con continui interventi correttivi negli interstizi tra legge e legge e all’interno di singole leggi (infatti, più leggi regolano la stessa materia, con norme successive che si aggiungono a quelle precedenti, senza abrogarle espressamente; deroghe che rendono incerta l’applicazione delle disposizioni generali);
  • Lo «spoils system»  (abrogato negli Stati Uniti da 140 anni) – all’amatriciana – che ha liberato l’organo politico del peso delle responsabilità, mentre ne ha rafforzato l’incidenza nelle decisioni amministrative (nella gestione), a causa della «dipendenza» dell’alta e media amministrazione dal livello politico.

Ai fattori di crisi di efficienza e qualità segnalati da Cassese bisognerebbe rispondere, prima ancora che con iniziative di semplificazione e di potenziamento digitale dei processi amministrativi, con una sottostante riforma della governance generale delle pubbliche amministrazioni. Nessuno dei politici minimamente pensa a:

  • istituire una struttura di verifica e controllo sulle politiche pubbliche affidate alle pubbliche amministrazioni, a disposizione del Parlamento sul modello del Governement Accountability Office statunitense;
  • abbandonare le auto-valutazioni e l’autoreferenzialità oggi dominante e istituire un’autorità indipendente dalla politica che, da un lato, regoli e coordini gli aspetti cardine del funzionamento delle amministrazioni, primo fra tutti la gestione del personale, dall’altro introduca la prassi della valutazione esterna dell’operato delle pubbliche amministrazioni;
  • disporre di una dirigenza non precaria e asservita alla politica, ma capace di operare e decidere in autonomia secondo il principio costituzionale dell’imparzialità;
  • definire meglio i ruoli della politica, della burocrazia e del sindacato in un equilibrato sistema di pesi e contrappesi, in modo che nessuno di questi soggetti travalichi le funzioni e i poteri che sono loro propri;
  • ricostruire completamente e arricchire il quadro delle alte professionalita’ operante nella burocrazia italiana – oggi carente in molti settori – con individualità giovani e ben pagate in grado di gestire processi complessi;
  • instaurare il criterio del merito nel lavoro pubblico, non a chiacchiere, ma premiando e valorizzando in termini di carriera gli eccellenti che sono pochi, punendo i pessimi e riconoscendo in termini economici il valore dell’esperienza ai tanti che lavorano diligentemente.

La “politica”, invece, si accontenta delle sue proposte urlate per richiamare consenso e non altro. In questo modo i contenuti di questo come di tanti altri articoli sulle pubbliche amministrazioni rimarranno, chissà fino a quando, “molto tecnici”. E buonanotte.

Giuseppe Beato

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