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11/07/2016 - Dice bene Davigo, “i politici onesti non stiano con i corrotti”

tratto da unsognoitaliano.it

Dice bene Davigo,

“i politici onesti non stiano con i corrotti”

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è giornale di questa mattina che non abbia ripreso la frase di Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, secondo la quale “i politici per bene non dovrebbero star seduti vicino ai corrotti”. Naturalmente i giornalisti hanno cercato di stuzzicare il magistrato che parlava ad Orvieto dalla tribuna deiCattolici democratici. Nessun riferimento preciso, ovviamente. Davigo ha sempre detto di non occuparsi dei fatti oggetto di processi in corso ed ha aggiunto “a qualche politico ho chiesto se si rendeva conto che se continuava a sedersi vicino a un corrotto i cittadini sarebbero stati autorizzati a pensare che erano uguali”. La tesi del magistrato è che ove questo avvenga “chi commette reati tornerebbe a vergognarsene”. È lo sviluppo di un suo ragionamento che, all’indomani della sua elezione alla presidenza dell’ANM, irritò molti politici perché, facendo un confronto con il 1992, disse “allora erano molti che si vergognavano di essere stati sorpresi a rubare, oggi in molti continuano a rubare e non si vergognano più”. La polemica allora fu feroce anche perché il titolo di quella intervista di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera semplificava la frase e faceva intendere che i politici rubano e non si vergognano. È bastato questo equivoco ingigantito dai politici per scatenare una guerra. Mentre Davigo aveva detto chiaramente che “quelli che rubano non si vergognano più”, così facendo intendere che ovviamente ci sono politici onesti e politici disonesti. Per cui oggi riprende quel concetto suggerendo agli onesti di non stare vicino ai corrotti.

Del resto anche Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 25 aprile 2016 “Quando i politici provavano vergogna (e facevano bene)” ricorda che c’è stato un tempo in Italia nel quale i politici tenevano alla loro immagine, perché non fosse macchiata da eventi disdicevoli, loro che ai sensi dell’articolo 54 della Costituzione devono svolgere le funzioni pubbliche ad essi affidate “con disciplina ed onore”. E non c’è bisogno di risalire nel tempo ai primordi dell’unità d’Italia quando i politici che la governarono per molti decenni ritenevano che il servizio prestato allo Stato fosse gratuito e naturalmente comportasse pesanti sacrifici personali, anche economici. Ho sentito giorni fa su RAI-Storia di Giovanni Lanza, per un biennio Primo Ministro del regno d’Italia, che viveva a Roma in una camera mobiliata e invitava la moglie a vendere una pecora per potersi permettere un nuovo vestito con il quale dignitosamente accompagnare il sovrano, Vittorio Emanuele II, nelle occasioni ufficiali.

Più di recente ricordo che un nobile siciliano, amico di famiglia, raccontava che il nonno parlamentare prima dell’avvento del fascismo ad ogni elezione vendeva un feudo per far fronte alle spese della campagna elettorale. Chi conosce la storia e l’economia di quella regione sa che un feudo è una ampia estensione di terreno coltivato e gestito con l’apporto di animali, quindi un’azienda agricola di rilevante valore economico.

È facile l’affermazione, che ripeto anche a costo di sembrare qualunquista, che molti politici oggi, quelli che, direbbe Davigo, non si vergognano, entrano in politica senza arte né parte e si arricchiscono mentre un tempo coloro i quali dedicavano parte della loro vita alla politica e alle istituzioni si impoverivano perché costretti ad abbandonare la professione od a limitarla fortemente, vendevano beni personali e familiari per affrontare le spese delle campagne elettorali e i costi della permanenza a Roma.

Con questo non intendo dire che l’esercizio della funzione pubblica debba essere assolutamente gratuito perché ritengo che un giusto rimborso spese debba essere assicurato a chi presta servizio in favore delle istituzioni della comunità ma è certo che rivestire una carica pubblica non può giustificare assolutamente l’arricchimento proprio e della famiglia. È anche una questione di stile, perché se è vero che il figlio o il parente di un parlamentare o di un ministro non può essere svantaggiato nell’esercizio di una professione o nell’aspirazione di un posto pubblico, è anche vero che questo posto non può essere che conquistato nelle forme proprie della legge che lo disciplina.

Dobbiamo tornare a sentire l’onore dell’esercizio di una funzione pubblica e comprenderne gli oneri che sono innanzitutto quelli del rispetto delle leggi, dell’onestà e della pari condizione con tutti gli altri, nelle professioni e nei posti di lavoro, perché nessuno ottenga immeritati vantaggi dall’illustre parentela con consulenze e pretende varie né ingresso in carriera o promozioni che non siano rigidamente ancorate ai propri, personali meriti.

10 luglio 2016

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