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05.05.2015 - restituzione decreti di nomina Responsabili anticorruzione: replica del collega Claudio Rossi alla collega Urtesi

Il fascino discreto dell'ipocrisia. Una doverosa risposta a chi si urta per la protesta. tratto da http://www.forumsegretari.emunicipio.it/

Il fascino discreto dell'ipocrisia. Una doverosa risposta a chi si urta per la protesta.
 

Nella loro totale buona fede, alcuni colleghi hanno avuto l’ardire di chiedere al sito dell’Unione del Lazio di pubblicare la famosa lettera di simbolica restituzione dei decreti anticorruzione.

Iniziativa improvvida. Ovviamente non si depositano le uova della propria covata nel nido nel proprio rapace antagonista.

Chiaramente ingenui i richiedenti.

I curatori del blog invece sono stati doppiamente infidi. Non hanno opposto un aperto diniego. Ma neppure hanno pubblicato direttamente la lettera, limitandosi a postare una breve nota con un anonimo link di rinvio.

Però a stretto giro (la nota è stata pubblicata alle 12.39 di oggi mentre il commento era già pubblicato alle 14.33, neanche il tempo della pausa pranzo) hanno bombardato “alzo zero” l’iniziativa con un commento di una componente della segreteria nazionale (forse il soggetto “di turno” ed “in servizio” al momento della pubblicazione), severissimo sin dal titolo: “RINUNCIA SIMBOLICA ALLA FUNZIONE DI RESPONSABILE ANTICORRUZIONE – IL FASCINO DISCRETO DELL’INUTILITA’”.

Al titolo seguono una serie di considerazioni negative.

Ne traggo le più importanti. Dopo la dichiarazione di avversione: “ritengo che, anche nella sua apparente eclatanza, sia una mossa non utile alla nostra causa, per diversi motivi.”; segue la contestazione sul metodo prescelto.

Le iniziative simboliche, già debolissime intrinsecamente perché non reali, di solito non smuovono nulla tuttal’più qualche irritazione nel destinatario o peggio ilarità (per dirla con l’esempio di un collega nessuno ricorderebbe Jan Palach se si fosse dato fuoco per finta).”.

E poi la stoccata nel merito: “Il Responsabile della prevenzione della corruzione è una figura che gli stessi amministratori (per non parlare dei dipendenti) stentano a comprendere e la sua attività è vista come qualcosa di inutile, che sottrae tempo all’amministrazione. Nella mia esperienza (ma penso di non essere la sola) ho potuto constatare che i politici locali hanno un’attenzione piuttosto tiepida alle problematiche della corruzione, perchè non sono ritenute di primaria rilevanza rispetto ad altri problemi di impatto immediato sulla cittadinanza.”.

Dopo alcune considerazioni che tirano in campo Cantone e le sue contraddittorie posizioni sulla figura del segretario, arriva la sentenza inappellabile della gentile collega Urtesi:
Certo la battaglia è impari, a mio modestissimo parere di segretario di campagna, vanno evitate le azioni eclatanti ma inutili (fatte giusto per dire “abbiamo fatto qualcosa”) e battere incessantemente tutte le vie diplomatiche per strappare risultati concreti nelle stanze dove si decide davvero.”.

Che dire?

Ci sarebbe da scrivere un libro sui gesti di protesta simbolici. Ci sarebbe anzitutto da stigmatizzare l’irriverente accostamento ad un gesto, quello estremo di Jan Palach, che appartiene alle tragedie della Storia, verso le quali si dovrebbe avere solo rispetto.

Cara signora Urtesi, non esiste solo il martirio come forma di protesta. E non si irride una protesta, specie se viene promossa da colleghi, con argomenti così banali e banalizzanti.

Ed ancora meno lei dovrebbe irriderla, visto che il suo sindacato ha “accettato”, senza colpo ferire, una norma in cui resta scritto: “4) dei segretari comunali e provinciali: abolizione della figura; attribuzione alla dirigenza, di cui al presente articolo, dei compiti” dei segretari….

Cosa pretende? Che ci si dia veramente fuoco nella pubblica piazza? Ossia che la protesta debba essere necessariamente estrema per essere efficace o degna di essere praticata? Chi è questo suo (non mio) collega che chiama in causa Palach in modo così grossolanamente improprio?

La storia è piena di forme di protesta “simbolica” e vi hanno fatto ricorso i personaggi più illustri. Dalla protesta muta (non è forse una forma di protesta “muta” quella di Cristo che rinuncia a rispondere a Pilato che l’interrogava?) e quindi al silenzio, allo sciopero della fame e della sete, all’auto-incatenamento, all’auto-imbavagliamento … Negli ultimi decenni abbiamo visto moltiplicarsi le forme di proteste sui generis o alternative. I sindaci, specie quelli interessati da particolari fenomeni locali, spesso fanno ricorso alla “simbolica restituzione della fascia”. Lei si scandalizza di questo? Gli elettori strappano il certificato elettorale (gesto che non impedisce certo di richiederne altri)…. I giornali sono usciti listati a lutto oppure con spazi in bianco. I magistrati hanno, specie in questi ultimi anni, inscenato varie forme di protesta simbolica in occasione dei riti legati all’avvio dell’anno giudiziario. Ma ogni categoria ha pensato e praticato forme di proteste simboliche: i minatori del Sulcis si sono reclusi nelle viscere della terra e non si sono certo suicidati; persino i penta stellati sono saliti sui tetti dei palazzi romani. Tutti gesti simbolici.

Cosa pensa, signora Urtesi, che per praticare una forma tra le più nobili e simboliche di protesta: lo sciopero della fame, occorra arrivare necessariamente agli esiti estremi cui volle arrivare Bobby Sands ed i suoi nove compagni dell’IRA?

Secondo il suo metro di giudizio, molto grossolano, meriterebbero irrisione o comunque tutta la sua “sufficienza” personaggi del livello del Mahatma Gandhi o di Nelson Mandela solo perché non portarono alle estreme conseguenze i loro scioperi della fame?

Si spera, invece, proprio attraverso il gesto “simbolico” e quindi “eclatante” di non dover ricorrere a gesti più pesanti o estremi…. E’ questo il senso della protesta “simbolica”: si confida nella sensibilità istituzionale degli interlocutori interessati e coinvolti.

C’è nei gesti di protesta simbolici una caratura culturale superiore a quella che lei colpevolmente sottostima.

Ma quello che più mi inquieta è la sua affermazione di “merito”, che vale la pena trascrivere di nuovo: “Il Responsabile della prevenzione della corruzione è una figura che gli stessi amministratori (per non parlare dei dipendenti) stentano a comprendere e la sua attività è vista come qualcosa di inutile, che sottrae tempo all’amministrazione. Nella mia esperienza (ma penso di non essere la sola) ho potuto constatare che i politici locali hanno un’attenzione piuttosto tiepida alle problematiche della corruzione, perchè non sono ritenute di primaria rilevanza rispetto ad altri problemi di impatto immediato sulla cittadinanza.”.

Non mi suonano del tutto nuove queste considerazioni in ambienti UNSCP.

Cortesissima Dott.ssa Urtesi, se lei pensa veramente quello che scrive e visto il ruolo sindacale che mi sembra ella svolga, avrebbe  il dovere civico, oltre che sindacale, dopo oltre due anni dall’entrata in vigore della L. 190/2012, di ricusare formalmente il mandato di responsabile anti corruzione.

Anzi! Se pensa realmente quello che scrive (ossia che la funzione anticorruzione è una sostanziale presa in giro) dovrebbe adoperarsi perché il suo sindacato denunci questa vera e propria condizione di ipocrisia in cui saremmo cacciati tutti noi. Prima di disquisire sulla pagliuzza che è depositata nell’occhio di chi prova ad organizzare una forma di protesta che sarà anche solo “simbolica”, cerchi di rimuovere queste imbarazzanti travi. Gliene sarei grato, almeno per il contributo alla chiarezza del nostro ruolo che così riuscirebbe a fornire.

 

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