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04.02.2015 - Autorità anticorruzione e segretari enti locali: necessaria una Santa Alleanza

un articolo di Luciano Catania del 03.02.2015 tratto da LeggiOggi.it
 

AMMINISTRATIVO 3 FEBBRAIO 2015, 17:32

Autorità anticorruzione e segretari enti locali: necessaria una Santa Alleanza

Il costo della corruzione in Italia è stato quantificato in 60 miliardi di euro l’anno. Si tratta di una stima grossolana che, però, indica la gravità del problema. L’abolizione dei segretari degli enti locali priverebbe i Comuni di un riferimento importante nella prevenzione della corruzione. Una riforma del ruolo del segretario, invece, lo potrebbe fare diventare un preziosissimo collaboratore dell’Autorità nazionale anticorruzione.

 

Una battaglia da vincere, una buona strategia, un ottimo generale, un esercito ben preparato. Se il comandante delle forze armate decide di mandare a casa tutti gli ufficiali, deve cambiare strategia o perde la battaglia e non basta l’ottimo generale.

Una partita da vincere, una buona tattica, un ottimo allenatore, una squadra ben allenata. Se il presidente vende tutti i giocatori della prima squadra, non può attuare la stessa tattica e perde la partita. L’ottimo allenatore in panchina non basta.

La lotta alla corruzione, le misure di prevenzione della l. 190/2012, Raffaele Cantone al vertice dell’Autorità nazione anticorruzione, i segretari degli enti locali formati per svolgere le funzioni di responsabili anticorruzione. Se il Governo decide di “licenziare” i segretari comunali deve cambiare strategia, oppure gli enti locali perdono la lotta alla corruzione e non basta l’autorevolezza di Cantone.

Il premier, Matteo Renzi, ed il ministro alla funzione pubblica, Marianna Madia, hanno deciso di non puntare sulla professionalità dei segretari comunali ma non hanno spiegato le motivazioni di questa scelta e nemmeno come vogliono cambiare la legge n. 190/2012, nella parte che interessa l’organizzazione di Comuni e Province.

Nel primo rapporto dell’Unione Europea sulla corruzione in Europa, si parla di un costo per la collettività italiana di 60 miliardi di euro l’anno. Il dato, in effetti, è figlio di un congettura grossolana, ottenuto calcolando il 3-4 per cento del Pil (secondo stime mondiali sulla corruzione risalenti al 2004).

Per quanto molto approssimata, quella cifra segnala una situazione generale inquietante. Le più attendibili indagini di Transparency International certificano, anno per anno, come l’Italia, in materia di corruzione, si collochi stabilmente al di fuori della cerchia dei principali partner comunitari.

Nella classifica ottenuta utilizzando il Bripe Payers Index (indice di propensione alla corruzione), nel 2008, l’Italia è risultata al diciassettesimo posto – sui 22 paesi più ricchi ed economicamente più influenti analizzati – a pari (de)merito con il Brasile, precedendo solo India, Messico, Cina e Russia.

Secondo Michele Polo (professore ordinario di economia politica presso l’università Bocconi; su di Lavoce.info del 4 febbraio 2014) uno dei fattori più rilevanti della corruzione, figlio della sostanziale immunità dei corrotti e della crisi dei partiti tradizionali, “sta nella profonda modifica dei meccanismi di reclutamento dei ceti dirigenti delle organizzazioni politiche: se la raccolta di tangenti e mazzette, l’addomesticamento delle gare d’appalto, la disinvolta gestione delle pratiche amministrative possono essere fatte senza sostanziale pericolo di un intervento sanzionatorio, la politica, a partire dalla dimensione locale, diviene una professione che garantisce entrate cospicue per i più disinvolti e disponibili alle pratiche corruttive. In grado di raccogliere risorse e appoggi, e di finanziare una carriera politica di successo. Una contaminazione che non può che allargarsi al ceto della burocrazia amministrativa, senza la quale il politico corrotto avrebbe difficoltà a prosperare”.

Contaminazione certamente più facile se la burocrazia amministrativa è scelta non in base a concorsi pubblici, come avviene per i segretari comunali e provinciali, ma in maniera discrezionale dalla stessa classe politica.

Se passasse la riforma, negli ottomila enti locali non ci sarebbe più il presidio del segretario e non si sa a chi verrebbero affidate le funzioni di responsabile anticorruzione.

Sostituire l’alta burocrazia scelta con criteri meritocratici con una scelta con criteri di fiduciarietà, non potrà che aggravare la situazione.
L’Autorità nazionale per la prevenzione della corruzione, invece, potrebbe servirsi della professionalità dei segretari comunali, magari attraverso significativi interventi legislativi.

L’Anac potrebbe subentrare in quelle funzioni che furono delle prefetture, nel rapporto tra lo Stato e le autonomie locali, e addirittura gestire l’albo dei segretari degli enti locali, curando la formazione di questa classe dirigente, secondo un piano elaborato soprattutto in ottica di prevenzione di fenomeni corruttivi.

I segretari comunali in disponibilità, non assegnati temporaneamente a nessun Comune, potrebbero lavorare direttamente per l’Autorità.

Gli stessi dirigenti pubblici, ma anche quelli titolari di sede di segreteria, potrebbero essere assegnatari di incarichi di supporto in altri Comuni, secondo il criterio delle fasce demografiche di appartenenza, in procedure ad evidenza pubblica.
Così come, forti dei percorsi formativi e di carriera maturati, potrebbero essere preziosi collaboratori dell’Anac nell’attività di controllo.
Cantone potrebbe usufruire delle competenze dei segretari anche per elargire formazione ai funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione.
Si tratta, evidentemente, di mere esemplificazioni, che possono essere o meno condivise, ma al di là delle modalità operative che potrebbero essere individuate, quello che rileva è il fatto che di una “alleanza” tra Autorità e segretari degli enti locali se ne gioverebbe la lotta alla corruzione.

Il problema vero è capire se quella contro la corruzione è una battaglia che si vuole almeno tentare di vincere.

 

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