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Associazione Nazionale Professionale Segretari Comunali e Provinciali
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13.04.2015 - Segretari comunali nel giro di vite che segna la prevalenza della politica e distrugge il resto.

riceviamo e pubblichiamo le considerazioni della collega Lucia Maniscalco

Segretari comunali nel giro di vite che segna la prevalenza della politica e distrugge il resto.

 

Nel contesto delle riforme volute dal Governo centrale per modernizzare il Paese, come a gran voce si continua a sostenere, si inseriscono a pieno titolo i segretari comunali e provinciali quali vertici burocratici molto discussi e mal visti dai riformatori di avanguardia e additati quasi come inusitati residui del passato. Vecchi burocrati arroccati nella loro posizione di guida della macchina amministrativa d’altri tempi e insensibili ai tempi che corrono in avanti come non si era mai visto prima. Antiquati signorotti tutti gonfi di sé per il prestigio che si lega al loro ruolo all’interno degli enti, dove governano indisturbati da oltre un secolo. E’ così, infatti, che piace dipingere questa figura ai sostenitori della modernità oltranzista che oggi si accaniscono contro di loro senza peraltro soffermarsi un istante a riflettere per cercare di capire. 

I segretari sono una figura storica, certamente ciò è innegabile. Vengono dal passato e si sono mantenuti in esistenza fino ad oggi, certamente ciò senza alcun dubbio. Hanno attraversato vicissitudini di ogni tipo e sono rimasti in auge nonostante tutto, anche questo è innegabile.

Sul punto però va fatta una precisazione per evitare di falsare i fatti e mettere in giro informazioni errate. I segretari non si sono arroccati su posizioni consolidate e comode divenendo burocrati e profeti della formalità,  come a qualcuno piace far credere, ma si sono costantemente evoluti secondo le esigenze sottese ai cambiamenti normativi che hanno interessato gli enti locali e i loro rapporti con il governo centrale. Essi non si sono certamente tirati indietro quando sul finire degli anni novanta, in un impeto di esaltazione delle autonomie locali per dare sfogo al principio sancito nell’art. 5 della Costituzione repubblicana, si sono visti trasformare da ciò che essi erano nella primitiva concezione, che poneva l’accento sulla rappresentanza dello Stato negli enti locali, a pionieri di uno spoil system spudoratamente fuori da ogni argine di buona amministrazione e di funzionalità degli enti e tuttavia salutato dai riformisti di allora come la soluzione al problema della governabilità locale. Hanno obbligatoriamente accettato la sfida ed eccoli subito al lavoro come nomadi senza più tregua e alla ricerca di una nuova sede quando il politico di turno decide la non conferma in piena e assoluta discrezionalità. Non si sono tirati indietro allora e non si tireranno indietro adesso che la figura ritorna ad essere scomoda e additata come inadeguata e non in linea con i tempi. Questa volta però, con il disegno di legge delega n. 1577- Atti Senato, si rischia di superare il limite di normale tollerabilità. In nome della modernità infatti la figura è mortificata all’inverosimile e la si getta nel calderone della dirigenza pubblica di nomina politica e di durata triennale senza tenere conto che il fine sotteso, se rimane incomprensibile alla maggior parte della gente, è chiaro agli addetti ai lavori ed è strettamente legato al concetto di funzionalità che il modernismo di oggi si propone. Modernità diventa così sinonimo di schiavitù e di subordinazione della dirigenza al diktat della politica creando in tal modo i nuovi precari del pubblico impiego. Una vera rivoluzione quella del Governo Renzi, che ha il pregio di applicare modelli estrapolati da altri stati ad una realtà, quella italiana, del tutto diversa e dove non è minimamente pensabile che, usciti dal pubblico, si potrà trovare nel privato.

Se poi il fine è quello di promuovere il facile licenziamento, si sbaglia bersaglio perché da licenziare non sono i segretari comunali ma coloro che violano costantemente le regole democratiche. La prima regola deve essere quella di accedere alla dirigenza pubblica, se proprio vogliamo cambiare il nome dei segretari comunali, tramite pubblico concorso e stabilire sin da subito quali sono i criteri cui si ispirerà il governo per stabilire chi entra e chi esce. Ma a ben considerare, non è forse ciò affare del Parlamento? Non dovrebbe essere tale organo quello deputato a fare le riforme? O già si respira il clima autoritario di altro genere di regime?

Vale allora il ragionamento della deputata dei 5 Stelle, Federica Dieni, che, come si legge nella cronistoria dell’incontro svoltosi il 27 marzo sul tema del ruolo dei segretari comunali nella tutela della legalità, ha manifestato contrarietà all’abolizione dei segretari degli enti locali, il cui ruolo dovrebbe, invece, essere rafforzato e reso più indipendente dalla politica. La riforma del ruolo non può essere affrontata nell’ambito del ddl delega sulla pubblica amministrazione, essendo più logico che lo sia in sede di rivisitazione del testo unico degli enti locali.

Lucia Maniscalco

 

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