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08.04.2015 - #appalti #spendingreview non ci siamo. Soluzioni proposte da IlSole frutto di corporativismi medievali

un articolo di Luigi Oliveri tratto da rilievoaiaceblogliveri.wordpress.com

#appalti #spendingreview non ci siamo. Soluzioni proposte da IlSole frutto di corporativismi medievali

rilievoaiaceblogliveri / 10 ore ago

Spending review e appalti, non ci siamo. Se le ricette per semplificare il sistema dei lavori pubblici e realizzare una seria razionalizzazione della spesa è quello suggerito da Il Sole 24 Ore del 7 aprile 2015 nell’articolo Il passo indietro necessario sembra che siamo davvero lontani sia dal cogliere quali siano i reali problemi sia, di conseguenza, indirizzare verso soluzioni utili.

In termini generali, l’analisi appare corretta: ridurre l’ipertrofia normativa, caratterizzata da un elefantiaco insieme di norme contenute nel d.lgs 163/2006 e dpr 207/2010; rafforzare i controlli, puntando non solo sull’Anac (organismo solo amministrativo), ma anche sulla Corte dei conti (ma, meglio sarebbe rispolverare controlli preventivi esterni di legittimità); facilitare la concorrenza, con l’apertura al mercato, eliminando le troppe deroghe per effetto delle quali si saltano le procedure aperte, poste a garantire concorrenzialità ed efficienza.

Ma, passando dal generale al particolare, le indicazioni del quotidiano di Confindustria appaiono alquanto deboli e, per altro, poco informate o troppo orientate a difendere particolari lobby.

L’articolo afferma: “Per il settore degli appalti, non c’è solo la vergognosa espansione dell’in-house pubblico in spregio a qualunque regola di concorrenza e trasparenza”. Chi potrebbe negarlo? L’in-house, cioè l’affidamento diretto a società partecipate, limita la concorrenza, sottrae gli appalti alla pubblicità, crea le situazioni di opacità perfettamente rappresentate dagli scandali Mose ed Expo.

Tuttavia, l’analisi del quotidiano prosegue, prendendo come esempio dell’in house una fattispecie che non ha nulla a che vedere: “Un esempio altamente significativo è quello del contributo del 2% di un appalto di lavori pubblici che si dà a un dipendente pubblico per affidargli (eludendo qualunque regola o principio di trasparenza o competizione) un incarico di progettazione. La ragione di questo istituto non è nella garanzia di una migliore progettazione, ma nel fatto che il 2% è gestito dalle singole amministrazioni e garantisce di fatto una forma di retribuzione integrativa a una parte del personale tecnico della Pa, ovviamente con il consenso dei sindacati interni. Più volte si è discusso di abolire questa norma dal sapore clientelare, ma alla fine è sempre riuscita a sopravvivere”.

Ma cosa c’entra l’incentivazione alla progettazione dei professionisti delle pubbliche amministrazioni con l’in-house? Se non fosse per l’autorevolezza del quotidiano e del redattore dell’articolo, parrebbe di trovarsi di fronte ad uno scherzo.

E’ compito fondamentale delle amministrazioni da un lato valorizzare la professionalità dei propri dipendenti, dall’altro perseguire la gestione col miglior rapporto spesa risultato. Se un ufficio tecnico è composto da tecnici, ingegneri, architetti, geometri, è semplicemente assurdo e impensabile non affidare loro la funzione fondamentale della propria professionalità: redigere progetti.

L’errore che da decenni si ripete nelle amministrazioni è l’opposto: trasformare i tecnici in burocrati amministrativi, costretti a districarsi sulle assurde regole della gara, dell’ammissibilità delle offerte, della qualificazione delle imprese, perfino dei sistemi di comunicazione che assurdamente ancora non fanno obbligo agli appaltatori di dotarsi di Pec e firma digitale, a pena di inammissibilità alla gara o esclusione.

Le amministrazioni hanno il dovere sacrosanto di far svolgere ai propri dipendenti le mansioni connesse alle propria professionalità. Il 2% non è un “contributo”, ma un incentivo allo svolgimento della funzione, che costa infinitamente meno di qualsiasi parcella di professionisti esterni, generalmente incidente per circa il 10% del valore del progetto. E dovrebbe essere noto al quotidiano di Confindustria che l’affidamento a soggetti esterni è oggetto di ringhiosi controlli della Corte dei conti, la quale ammette l’esternalizzazione solo dopo aver dimostrato che la progettazione non sia possibile all’interno dell’amministrazione.

La progettazione interna non sottrae proprio nulla alla concorrenza: è un sistema per gestire al meglio le risorse umane e l’incentivazione prevista è finalizzata a conseguire risultati di qualità. Strano che il quotidiano di Confindustria, che sa sempre invita ad introdurre elementi di incentivazione della produttività nel lavoro pubblico, chieda l’eliminazione di un istituto come l’incentivo ai progettisti.

Si ha la sgradevole impressione di un intervento a sostegno delle, per carità, legittime aspirazioni delle lobby dei progettisti, che, specie in questa congiuntura di crisi, vedono come il fumo negli occhi gli incarichi interni ai dipendenti degli enti. Ma, far passare uno strumento doveroso di buona amministrazione e gestione come, addirittura, lesione della concorrenza e dell’efficienza appare troppo.

Per altro, l’articolo si mostra estremamente incoerente quando chiede incentivi per il responsabile del procedimento, per altro dimenticando che la normativa attualmente lo consente espressamente: infatti, il 2% famoso non è destinato solo a chi progetta, ma allo staff complesso di progettisti, Rup, loro collaboratori, direttori dei lavori e di cantiere compresi.

Bene, allora, le analisi sui problemi generali e l’invito ad una semplificazione necessaria, che, però, potrebbe ridursi facilmente alla sola estirpazione delle mille deroghe alle regole di evidenza pubblica, incredibilmente operanti soprattutto per le grandi opere di immenso valore, quando invece per comprare una matita la burocrazia è impietosa e gli adempimenti pesanti, eccessivi, levantini, inutili.

Male indicare come soluzione l’aggressione a falsi dettagli operativi, allo scopo di difendere interessi legittimi, ma specifici, di categorie professionali. Finchè l’Italia non si riesca a liberare di questa eredità delle corporazioni, lascito più che mai negativo del Medio evo, la difesa della concorrenza e l’economia liberale staranno solo nelle parole. Non nei fatti.

 

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