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riforma P.A. - costo del personale negli appalti

un articolo di L. Oliveri

Ri-abolita la folle norma sul costo del personale negli appalti

Pubblicato il 15 giugno 2014 di rilievoaiaceblogliveri

Solo lo scorso mese di settembre, appena 9 mesi, fa, fummo costretti a scrivere un articolo dal titolo “Torna la folle norma sul costo del personale negli appalti”, grazioso omaggio della legge di conversione del “decreto del fare”.

Sembra una vita fa. Al Governo era insediato, come premier Letta, e Renzi non aveva ancora vinto le primarie. La maggioranza zoppicante e risicata non aveva ancora conosciuto la scissione a destra tra Ncd e Forza Italia.

Nonostante quel governo fosse estremamente traballante, così tanto da cadere da lì a pochi mesi, si comportava e muoveva come dovesse legiferare spinto da “moti” di giustizia ed equità sociale e spinte ideologiche da “età dei lumi”, invece di attendere all’unico adempimento che avrebbe dovuto rispettare: la modifica della legge elettorale.

Fu così, dunque, che l’articolo 32, comma 7-bis, del d.l. 69/2013, convertito in legge 98/2013 reintrodusse quanto a suo tempo previsto con il d.l. 70/2011, convertito in legge 106/2011: il devastante obbligo di computare nell’offerta il “costo del lavoro”, da sottrarre al ribasso.

Un’impresa impossibile in un ordinamento giuridico nel quale la fissazione dei compensi non si basa su “minimi” legali, ma lascia alla contrattazione tra le parti la determinazione della remunerazione, così da creare una rete fitta, oscura, inestricabile di elementi da considerare, non certamente riducibile alle “tabelle” che volenterosamente approva di quando in quando il Ministero del lavoro.

Dunque, per 9 mesi le amministrazioni appaltanti sono state nuovamente buttate nel gorgo burocratico, bizantino, borbonico, paradossale e folle della determinazione di soglie minime di compensi, inesistenti in natura e nell’ordinamento. Per 9 mesi, la stesura di un computo metrico estimativo dei costi di un appalto, non solo di lavori, ma anche di servizi e forniture, è divenuto qualcosa di simile ad un’opera dadaista o ad un calcolo inventato ed inesistente, tipo film di fantascienza, per giungere ad un risultato “mitico” o “mistico”, il minimo contrattuale esistente solo nella fervida fantasia del legislatore.

Un legislatore che aveva già tentato di introdurre tale folle disposizione, e che era, tuttavia, già stato in grado di redimersi, abolendola, ma macchiandosi del maggiormente grave peccato della riproposizione ed approvazione.

Se nel decreto di riforma della PA approvato dal Governo lo scorso 13 giugno esiste una sola norma realmente positiva ed efficace, essa esiste ed è proprio quella che torna ad eliminare dall’ordinamento giuridico l’obbrobrio: “all’articolo 82 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, il comma 3-bis è abrogato”.

Se per un verso non si può che allietarsi della (seconda) cancellazione di una norma impossibile, assurda, farraginosa (inventi il lettore ogni altro aggettivo squalificante), per altro verso tristissima è la constatazione delle condizioni in cui versa l’ordinamento giuridico dello Stato.

Ma come può una Nazione ambire alla competizione globale, all’efficienza, alla crescita, con un Legislaore-Penelope, che fa, disfa, scrive, cancella, riscrive, ricancella, trasformando le norme in banco di prova, in tentativi di apprendisti stregoni-legislatori che legiferano “per vedere di nascosto l’effetto che fa”, irresponsabilmente, senza freni. Per poi ergersi a censori e giudici ed addebitare alla “burocrazia”, invece che ad un assetto normativo folle, schizofrenico, devastante e devastato, i tanti problemi dell’economia e dei rapporti etici, sociali ed economici.

La riforma della PA, pur se caratterizzata dalla presenza di questo atto di redenzione del legislatore che cancella per la seconda volta (l’ultima? Speriamo) l’assurda norma sul computo dei costi del personale negli appalti, è perfetta rappresentatrice di una legislazione convulsa, irrefrenabile, bulimica, causa solo di caos e di annullamento della logica e della razionalità, nel tentativo di rendere cieco omaggio ad un potere sempre più verticistico e personalizzato ed alla demagogia trionfante.

 

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