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06/07/2020 - Gli alfieri dell’economia del baretto proprio non digeriscono lo smart working

tratto da luigioliveri.blogspot.com
Gli alfieri dell’economia del baretto proprio non digeriscono lo smart working
 
Si continuano a vedere in giro moltissime anime candide, stupite che la pubblica amministrazione possa aver garantito livelli di efficienza gestionale pari, se non superiori, a quelli del passato, nonostante molti dipendenti fossero in lavoro agile.
Per molti di costoro, un lavoro sganciato dall’imbullonamento alla sedia ed alla scrivania appare impensabile. Il lavoro viene concepito necessariamente come uno spostamento da casa verso un determinato luogo, possibilmente affrontando il bellissimo e salutare traffico dell’ora di punta, affinchè, in quel luogo, ordinatamente ed in fila, si “timbri” in entrata e si “timbri” in uscita.
La “timbratura” della presenza in ufficio è una tranquillizzante certezza. Si badi: non la certezza che poi, tra una timbratura e l’altra, si lavori e si produca. Infatti, accadimenti come quello famoso del comune di San Remo, ove la metà quasi dei circa 400 dipendenti si assentava tanto o poco ogni giorno, dimostrano come molte volte la pretesa della “presenza” sul posto di lavoro, sia solo forma. Poi, pochi sanno davvero cosa facciano, come lavorino, cosa producano i dipendenti.
Non è un caso se, infatti, non è mai partito un serio sistema di valutazione della produttività. Sarebbe serio se vi fosse la capacità di analizzare le attività che si fanno, quante fasi le costituiscono, quanti esiti finali comportino e in quanto tempo, per determinare, quindi quali prodotti finali aspettarsi dai dipendenti e dagli uffici nel loro insieme.
Ancora oggi proliferano schede di sedicente valutazione mediante le quali l’oggetto della verifica della produttività non è, come dovrebbe, una verifica retrospettiva di quanti prodotti sono stati realizzati su quelli previsti o di quanta efficacia abbia avuto un certo progetto rispetto ai risultati preventivati. Le schede, invece, sono spesso composte da elementi valutativi utili per una valutazione prognostica delle attitudini del lavoratore: contengono sempre, infatti, riferimenti alla “capcità di”; più spesso sono composte da elementi astratti e vuoti: l’ “orientamento al cliente” (qualunque cosa voglia dire”), l’ “iniziativa”, le “proposte efferttuate”, le “interrelazioni”.
Lo smart working costringerebbe ad abbandonare le certezze e le comode schede di valutazione che non valutano nulla. Ed imporrebbe di considerare il lavoro non come quel segmento imponderabile compreso tra due parentesi, la timbratura in entrata e la timbratura in uscita, bensì come attività da conoscere, analizzare, pesare, progettare e valutare.
Non è un caso se il lavoro agile nella PA non è mai partito davvero, prima dell’emergenza Covid-19. La legge 124 2015 aveva previsto l’obiettivo tutt’altro che ambizioso di estendere il lavoro agile al 10% dei dipendenti pubblici (dunque, circa 300.000 persone) entro il 2018.
All’arrivo del coronavirus, i dipendenti pubblici in smart working erano pochissime migliaia. Resistenze mentali, scarsissimi investimenti in digitalizzazione, hardware, formazione, rimodulazione dell’organizzazione, avevano lasciato l’auspicio normativo solo tale. E tale sarebbe rimasto, senza l’emergenza virus.
Questa ha dimostrato che il potenziale era immenso. Si è visto che è possibile gestire il protocollo e l’archivio da lontano; si è visto che tante imposizioni del codice dell’amministrazione digitale (sistematicamente violate da anni) si possono e si debbono attuare, con utilità per la produttività; si è scoperto che si possono gestire i concorsi da remoto e che le “istanze” possono e debbono essere presentate su specifiche piattaforme; si è scoperta l’utilità enorme dello SPID e delle forme di identità digitale; si è avuta la riprova della molto più semplice tracciabilità delle procedure, se gestite con applicativi informatici.
Nonostante queste evidenze, le anime belle si mostrano ancora scettiche e dubbiose. I giornali del 5 luglio 2020 raccontano con malcelata sofferenza l’emendamento alla legge di conversione del d.l. 34/2020, col quale si vuole assicurare che per il 2020 resti in lavoro agile almeno il 50% del personale adibito ad attività con queste compatibili.
Quanto sarebbe questo personale? Provando a fare qualche conto fondato su dati abbastanza concreti, si scopre che il personale concretamente idoneo ad essere disposto in lavoro agile non supera la metà del totale: circa 1.600.000 dipendenti. Se va bene e se proprio tutti gli uffici e le organizzazioni fossero dotati di strumenti ed organizzazioni tali da consentire questa modalità lavorativa, i dipendenti pubblici in lavoro agile non supererebbero nel 2020 gli 800.000. L’emendamento ricordato prima vorrebbe che la percentuale salisse al 60% nel 2021; con un potenziale di 960.000 dipendenti. Più realistico è pensare ad una cifra compresa tra 600.000 e 700.000 dipendenti.
Dovrebbe trattarsi di una buona notizia. La spinta che il lavoro agile “forzato” dall’emergenza ha dato allo sblocco dei troppi ostacoli frapposti alla digitalizzazione dimostra che l’abbarbicamento al lavoro “tradizionale” è un fattore di ritardo e di inefficienza.
Eppure, l’idea che la PA debba restare inefficiente, formalisticamente obbligata al cartellino da timbrare a prescindere dalla riorganizzazione dei processi produttivi, purchè in grado di sostenere l’economia del baretto (col massimo rispetto dovuto ai gestori dei bar) continua ad imperare.
Il Corriere della Sera del 5 luglio dà spazio all’articolo di Dario Di Vico, il cui titolo è emblematico, o, se si vuole, involontariamente satirico: “La fretta sul lavoro a distanza”.
Prego? Sarebbe aver fretta, almeno nella PA, attivare il lavoro agile dopo 5 anni dalla legge 124/2015 che spingeva ad una percentuale risibile del 10%? E’ frettoloso estendere lo smart working nella PA a 3 anni di distanza dalla legge 81/2017, che lo ha regolato?
Il Di Vico invita a non “legiferare a casaccio”, evitando che sia la legge a determinare come organizzarsi e quanti lavoratori debbano contemporaneamente essere posti in smart working. Tale compito, infatti, spetta alla contrattazione. E, secondo l’Autore, “Destrutturare le organizzazioni in maniera rigida e con l'autorità di una legge non conviene a nessuno, tantomeno alla già non efficientissima pubblica amministra-zione made in Italy”.
Sfugge a questa argomentazione, di per sé debole:
1.      che la disciplina del rapporto di lavoro pubblico trova ancora nella legge la propria fonte principale e non nella contrattazione, meno che mai in quella individuale;
2.      è proprio per la ragione vista sopra che lo smart working nella PA non ha mai preso piede, prima dell’emergenza Covid-19;
3.      non può certo essere negata al Legislatore, potere dello Stato che è datore pubblico di lavoro ed organizzazione, la possibilità di esercitare il proprio potere organizzativo, prevedendo obiettivi anche numerici.
Sempre il Di Vico evidenzia l’opportunità di non forzare e di “restare con i piedi per terra e ricordare che la sfida che ci attende è innanzitutto quella della produttività”. Verissimo. Ma, proprio lo smart working costringerebbe finalmente le PA a riorganizzare servizi, modi di produzione, attività e mansioni in modo da analizzare i prodotti e, quindi, discutere davvero di produttività.
Il problema non è affatto la “fretta” per attivare il lavoro agile. E’ vero l’opposto: l’Italia sconta proprio il ritardo gravissimo di tante amministrazioni, pubbliche e private, nella digitalizzazione e nella gestione improntata al lavoro da remoto.
Ritardi che l’economia del baretto non può più giustificare. Il ripensamento dei tempi, degli orari, dei volumi di traffico e della vivibilità delle città è ormai irrinunciabile. Le strade per il rilancio del commercio debbono essere immaginate in modo diverso rispetto alla garanzia della rendita da posizione connessa alla collocazione del baretto proprio nell’angolo dello scatolone di cemento nel quale agglomerare i dipendenti.
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