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Un nuovo intervento di Luigi Oliveri. Riforma della dirigenza pubblica: solo voglia di spoil system

tratto dal blog rilievoaiaceblogliveri

Riforma della dirigenza pubblica: solo voglia di spoil system

 

Che il dirigente sappia: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare

Cosa c’entra la bocciatura data dal Servizio studi del Senato al decreto del Governo sugli 80 euro con la riforma della dirigenza, proposta nei giorni scorsi? Moltissimo. Vediamo il perché, a partire dall’istruttiva intervista rilasciata il 3 maggio a Il Sole 24 Ore dal Ministro per la funzione pubblica Madia.

Ecco il punto sulla dirigenza: “Chi accede alla dirigenza con un concorso entra nel ruolo unico e inizia a percepire la parte fissa di stipendio. Verifica tutti gli interpelli aperti e cerca il suo primo incarico, oppure può trovare un posto nel privato mantenendo il diritto acquisito nella forma di aspettativa non retribuita. Solo dopo un certo tempo congruo di tutela, che dobbiamo stabilire, si può arrivare al licenziamento per mancanza di incarico. Lo stesso vale per il dirigente che perde invece l’incarico che già ricopre dopo, per esempio, uno spoil system: ruolo unico, interpelli, e tempo di garanzia per cambiare con lo stipendio limitato alla parte fissa”.

Già di primo acchito si capisce perfettamente (grazie al buon vecchio Freud) che la riforma della dirigenza con la “rivoluzione”, la semplificazione e la maggiore efficienza non ha nulla, ma assolutamente nulla a che vedere. Più semplicemente, si tratta solo ed esclusivamente di eliminare anche giuridicamente i limiti che, di fatto (ed illegittimamente) sono già stati da tempo rimossi allo spoil system. In modo che gli organi politici possano contare su una dirigenza “di fiducia”, allineata alle proprie posizioni politiche o, comunque, quanto meno non disposta a “mettersi di traverso”.

Torniamo alla vicenda dell’evidenziazione, da parte dei tecnici del Senato, della sostanziale assenza di coperture certe alla manovra degli 80 euro. Tutta la stampa, diciamo non ostile al Governo come eufemismo, ha sparato a palle incatenate contro la relazione dei tecnici del Senato.

Non si è trattato, però, di una confutazione, della rilevazione di errori di valutazione o di legittime diversità di opinioni nel merito, come, pure, stampa e analisti dovrebbero fare. In realtà, sulle indicazioni dei tecnici del Senato, nel merito, c’è poco da obiettare: la relazione non ha fatto altro che evidenziare la scarsissima affidabilità delle coperture che tutti gli analisti (compresi perfino quelli della stampa diciamo non ostile al Governo come eufemismo) hanno evidenziato da subito.

Allora? Non potendo contestare il merito della questione, la stampa diciamo non ostile al Governo come eufemismo e, ovviamente, le orde dei politici della maggioranza con molteplici loro irritate dichiarazioni alla stampa diciamo non ostile al Governo come eufemismo, hanno preso a bersaglio non le valutazioni, ma “chi” le ha prodotte.

E chi le ha prodotte? Dirigenti del Senato. Cioè, dipendenti riccamente retribuiti di un’Istituzione che il Governo e la maggioranza intendono riformare. Da qui il sillogismo: poiché queste persone vedono messa in pericolo la loro ricca retribuzione, ecco che si “vendicano” mettendo i bastoni tra le ruote alla manovra degli 80 euro. Perché, evidentemente, non sono dirigenti “di fiducia” e, dunque, osano muovere critiche all’iniziativa del Governo.

E’ evidente che al Presidente del consiglio ed ai Ministri prudano le mani, in particolare indice e pollice. Con una buona dose di spoil system, infatti, potrebbero stringere tra le due dita una bella penna, per sottoscrivere un provvedimento, per citare la Madia, basato su “per esempio, uno spoil system” e lasciare senza incarico i dirigenti così dispettosi. In modo da dare anche un esempio a tutti gli altri: colpirne uno per educarne cento e far capire che ogni relazione tecnica rispetto alle iniziative della politica deve essere sempre accolta con favore e, comunque, senza ostacoli perché “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.

L’attacco sferrato ai tecnici del Senato è la prova, la pistola fumante, del vero intento che sta dietro la proposta di riforma.

I dirigenti e funzionari del Senato sono sotto mira non perché abbiano evidenziato in modo errato le insidie nascoste e, così facendo, adempiendo al loro dovere di mettere nelle condizioni l’assemblea ed i suoi componenti di conoscere a fondo le questioni sulle quali si accingono a votare, per poter fare fronte ai rischi e porvi rimedio, come sarebbe, simmetricamente, loro compito. No. Essi hanno la “colpa” di aver prodotto un elaborato tecnico corretto, ma “non allineato”, che ha fatto notizia negativa sull’iniziativa del Governo, minando anche se solo leggermente l’aura di mirabolante successo e fenomenale capacità di rilanciare l’Italia che ha, deve avere, non può non avere, ogni legge, decreto o tweet dell’Esecutivo.

E si dimentica, ad arte, che i servizi studi, tanto del Senato, quanto della Camera, da sempre svolgono esattamente questa funzione e da sempre elaborano interessantissimi e curatissimi dossier sulle proposte di legge all’esame di ciascuna camera, per i fini indicati prima. Il necessario apporto tecnico a questioni che non possono risolversi solo con il desiderio, il colore del futuro e la volontà politica, specie se in gioco vi sono entrate e uscite e, dunque, numeri, grandezze numerabili che non si stimano con la volontà di futuro, ma con operazioni matematiche.

Ma, torniamo, ora, allo stralcio dell’intervista del Ministro, per esaminare meglio come si intenda, mediante lo spoil system che più spinto non si può (e che più contrario alla vigente Costituzione non potrebbe essere, come spiega la costante giurisprudenza della Corte costituzionale), costruire una dirigenza sostanzialmente precarizzata, in modo da renderla necessariamente acritica longa manus della politica.

Dunque, in primo luogo “Chi accede alla dirigenza con un concorso entra nel ruolo unico e inizia a percepire la parte fissa di stipendio. Verifica tutti gli interpelli aperti e cerca il suo primo incarico”. Fantastico. Si vorrebbe introdurre, dunque, nell’ordinamento un principio mirabile: si indicono dei concorsi pubblici per selezionare dirigenti pubblici, cioè veri e propri organi competenti a formare e manifestare la volontà della pubblica amministrazione, ma, almeno inizialmente:

a)      per non farli lavorare;

b)      per metterli solo nella condizione di “cercarsi” un incarico.

Ripetiamo, perché anche nello scrivere si stenta a credere. Il concorso servirebbe non ad incardinare un dirigente in un ruolo, ma solo a, come dire, battergli la spada due volte sulle spalle e iniziare a fargli percepire la parte fissa dello stipendio, ma per NON lavorare. In sostanza, il neo dirigente entrerebbe a competere in una sorta di mercato chiuso e riservato, quello dei dirigenti pubblici e iniziare a cercare col lanternino qualche “interpello”. Di cosa si tratta? Di avvisi, che dovrebbero essere pubblici ma che, ad oggi, sono più segreti dell’Area 51, volti a evidenziare quali incarichi dirigenziali sono disponibili, per permettere ai dirigenti di presentare la loro candidatura a ricevere l’incarico.

Dunque, quel volenteroso dirigente neo assunto che si sia sobbarcato il peso delle prove selettive e dei concorsi, una volta acquisita la qualifica di dirigente, riceve uno stipendio solo perché “è vivo” e quella casacca vesta, ma non lavora finchè qualcuno, mosso a pietà, oppure preso dalla qualificazione del suo curriculum (ma, alla prima vittoria del concorso, ovviamente quel curriculum non potrò essere particolarmente competitivo con quello di dirigenti che da anni sono nei ruoli) lo incarichi.

E se il tempo a cercare l’incarico, mentre si viene retribuiti, si prolungasse? Niente paura. Il Ministro Madia spiega: quel dirigente neo assunto può cercare l’incarico “oppure può trovare un posto nel privato mantenendo il diritto acquisito nella forma di aspettativa non retribuita”. Insomma, avrebbe vinto il concorso, ma per scherzo. Che continui, insomma, a cercare lavoro nel “privato”, settore che notoriamente, specie in questa fase dell’economia, si mostra particolarmente propenso ad assumere dirigenti che hanno vinto il concorso pubblico, anche considerando la conclamata identità di funzioni e competenze che esiste tra attività pubblicistica e privatistica (ironia, nda).

E se la ricerca, quale novello Diogene, dell’incarico, mentre nel frattempo è retribuito per NON lavorare, per il novello dirigente si dovesse prolungare? Ecco la terza ideona: “Solo dopo un certo tempo congruo di tutela, che dobbiamo stabilire, si può arrivare al licenziamento per mancanza di incarico”. Insomma, quanto abbiamo rilevato prima è vero: il concorso si fa proprio per scherzo. Infatti, se per un determinato periodo non si ottiene l’incarico, nonostante si sia superato il concorso, si viene licenziati. Nonostante, per divenire dirigenti, si provenga da una carriera minima iniziale da funzionari.

Un paradosso incredibile, qualcosa di mai visto. L’idea che manifesta il Ministro Madia di fatto configura la dirigenza come una sorta di contratto aleatorio, asservito alla totale discrezionalità dell’organo di governo che si riserva il diritto pieno e potestativo di incaricare o meno e, dunque, di far perdere o meno lavoro e qualifica.

Alcune anticipazioni di stampa avevano descritto l’iniziativa di riforma come creazione di un albo della dirigenza. Ma, con questa configurazione si va ben oltre. Se un professionista supera l’esame di abilitazione e si iscrive in un albo, non perde l’abilitazione ottenuta, anche se non riceva incarichi. Invece, la riforma nella sostanza prevede che si acceda al ruolo dirigenziale a seguito del superamento di una selezione, ma ciò non crea in capo al soggetto l’acquisizione nemmeno di un’abilitazione, ma solo di una mera candidabilità a interpelli. Sicchè una volta che si prolunghi il tempo di risposta negativa agli interpelli, non solo si decade dalla qualifica dirigenziale, ma si perde proprio il posto di lavoro.

Un trattamento semplicemente assurdo, se lo si mette a confronto con gli incarichi a contratto previsti dall’articolo 19, comma 6, del d.lgs 165/2001: infatti, in questo caso, qualora il dirigente a contratto non sia riconfermato, semplicemente torna a fare l’attività lavorativa precedente. Non si capisce davvero come sia possibile che il dirigente di ruolo, selezionato per concorso, debba perdere il lavoro se non incaricato, mentre il dirigente a contratto possa godere del paracadute.

Ma, attenzione. Quanto visto fin qui non vale solo per l’incauto novello dirigente. Dice il Ministro: “Lo stesso vale per il dirigente che perde invece l’incarico che già ricopre dopo, per esempio, uno spoil system: ruolo unico, interpelli, e tempo di garanzia per cambiare con lo stipendio limitato alla parte fissa”.

E qui la conferma dello spoil system spinto, sotto false spoglie. La riforma di fatto attribuisce agli organi politici un potere enorme, quello di incidere non tanto e non solo sulla carriera (qualità degli incarichi, loro remunerazione, valutazione, possibilità di licenziamento nel caso di mancato colposo raggiungimento dei risultati o di grave violazione delle direttive), quanto proprio sul lavoro.

E’ la costruzione di un sistema di dirigenza precaria, alla quale far sventolare davanti continuamente la possibilità della mancata conferma dell’incarico, come “pungolo” (non sarebbe bello scrivere minaccia) a fare ciò che si deve fare perché “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”.

Infatti, il Ministro esemplifica il caso: la possibilità che un dirigente perda l’incarico che già ricopre per “uno spoil system”. Qui si evidenzia in modo palmare l’intento “peloso” della riforma. Non esiste, infatti, nell’ordinamento alcun caso legittimo di spoil system, se non riferito, citando la giurisprudenza costituzionale, alla sola dirigenza apicale, quei 300 dirigenti posti ai vertici delle segreterie generali e a capo dei dipartimenti dei Ministeri.

E’ piuttosto evidente che il Ministro si sia riferito ad un’ipotesi, quella dello spoil system, che oggi non esiste ma che, certamente, si inserirà nella riforma, la quale, così come immaginata, funziona, allo scopo di ottenere una dirigenza “consonante” con la politica, solo se gli organi di governo non solo saranno dotati del potere potestativo di incaricare o meno, ma, soprattutto, di far decadere dall’incarico per spoil system, che, tradotto in italiano, significa per sussistenza o meno di un rapporto di fiducia. Non certo tecnica. Se si trattasse di fiducia solo tecnica, per selezionare i dirigenti basterebbe attivare davvero i processi di valutazione, dai quali deriverebbe necessariamente la percezione oggettivizzata delle loro capacità operative.

Spoil system significa, al contrario, creazione di una potestà di incaricare slegata da valutazioni tecniche e valutazioni della capacità e, simmetricamente, connessa solo alla condivisione dell’appartenenza, a circostanze esterne, come, per citare qualche caso di incarichi dirigenziali gestiti da attuali protagonisti del governo, il fatto di contribuire all’attività di fund raising di qualche fondazione attribuibile al politico presidente del consiglio o ministro o sindaco di turno.

Il tutto, dunque, per creare una dirigenza che non sarebbe più autonoma e terza, ma in tutto e per tutto parte della parte politica. Non più al solo servizio della Nazione, ma funzionale alla maggioranza di turno.

Il che contribuirebbe a rendere definitivamente i cittadini non clienti di un servizio che va reso a tutti indistintamente nello stesso modo, qualsiasi sia il loro status e la loro eventuale fede politica, bensì clienti di questa o quella maggioranza di volta in volta al potere. Insomma, si avrebbe la legittimazione di quel sistema che da sempre opera, inquinando, sotto traccia. La negazione totale del “merito”, della “valutazione”, della concorrenzialità e la vittoria definitiva del clientelismo e dello schieramento partitico.

Infine, una chiosa sulla circostanza che chi elabora queste riforme non ha, o non vuole avere, il quadro completo della situazione. Il Ministro afferma nell’intervista, per dare prova di essere convinta della necessaria “flessibilità” ed “osmosi” tra pubblico e privato, quanto segue: “Pensiamo a un’osmosi tra pubblico e privato che può arricchire la dirigenza. Anche il tetto alle retribuzioni rientra in questa logica. Non è solo un provvedimento preso in tempi di vacche magre: chi lavora bene nell’alta dirigenza dello Stato ha opportunità forti di carriera nel privato ed è giusto che la sua remunerazione abbia un limite”.

A parte che ci sarebbe da capire come funzioni l’equazione matematica tra lo stipendio che prendo oggi, per il lavoro che faccio, e quello che potrei potenzialmente prendere domani per un diverso lavoro, per giunta con fonte di reddito totalmente diversa. A parte, ancora, che fortunatamente il privato sa come selezionare i suoi dirigenti e non ha affatto bisogno di ricorrere al mercato della dirigenza pubblica, dal momento che il privato orgogliosamente investe e forma i propri quadri dirigenziali in modo serio, razionale e funzionale, soprattutto, alle sue specificità. Una cosa, però, evidentemente sfugge al Ministro. La recente normativa anticorruzione è in parte estremamente ampia e ponderosa incentrata nell’intento di prevenire e sanzionare il fenomeno cosiddetto del revolving doors, cioè proprio dell’entrata e dell’uscita del lavoratore pubblico, specie se dirigente, dal pubblico al privato.

La cosiddetta “osmosi”, dunque, non solo non è di per sé un valore, ma una circostanza occasionale: se un dirigente pubblico, come chiunque altro, ha e trova occasione di ricollocarsi in altre attività lo può fare per le sue scelte e capacità, non certo in base a “concessioni” della norma. Ma, soprattutto, l’entra e uscita dal pubblico al privato nasconde di per sé il pericolo che il dirigente perda autonomia e indipendenza dai soggetti, in quanto molto forti sono le possibilità che le porte aperte del privato si spalanchino per trattamenti di favore o, comunque, relazioni molto strette attivate nell’ambito della funzione pubblica svolta.

Appare francamente paradossale che un fenomeno che la normativa anticorruzione intende combattere e che lo stesso Governo vuole perseguire, tanto da vantarsi a più riprese di aver messo a capo dell’Anac un magistrato valoroso come Raffaele Cantone, mentre nel contempo il revolving doors viene posto a paradigma di una sana e corretta gestione della dirigenza.

 

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