tratto da federalismi.it

La revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione – ora ricorrono i venticinque anni dal contrastato processo di approvazione – è un paradigma dell’inadeguatezza del legislatore, che si è manifestata sia nella carenza tecnica delle soluzioni normative sia nello scostamento tra obiettivi perseguiti ed effetti prodotti. E anche nel metodo, poiché nel 2001, per la prima volta nella storia della Repubblica, si ebbe una revisione costituzionale a maggioranza ristretta, esibendo ed enfatizzando il conflitto piuttosto che perseguendo il compromesso tra le componenti parlamentari, condannando le nuove norme a una messa in opera molto complessa e contrastata. Per una serie di circostanze difficilmente riproducibili, la revisione passò positivamente il vaglio del referendum. I lavori parlamentari si conclusero l’8 marzo del 2001, in concomitanza con il decreto di scioglimento delle Camere per la fine della XIII legislatura. Una settimana prima, alla Camera, la soglia della maggioranza assoluta era stata superata per soli quattro voti. Il referendum fu richiesto non solo dalla minoranza soccombente, ma anche dalla maggioranza prevalente, rivelando la doppia natura dell’istituto, oppositiva a garanzia delle minoranze, confermativa ed esposta a cadute plebiscitarie.

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