tratto da santofabiano.it

SINDACI, SEGRETARI, ECC. SERVE UNA VISIONE “SISTEMICA” E CONDIVISA

 

 

Ha fatto molto discutere (giustamente) il documento prodotto da Anci, dal titolo “liberiamo i sindaci”. E il fatto che faccia discutere non è affatto un segno di debolezza del documento, né un segno negativo. La discussione si accende proprio perché sul tema non vi à mai stato un confronto vero, approfondito e sereno e soprattutto “partecipato”. E questo “deficit” riguarda sia l’assenza di dialogo tra le diverse componenti dello nostra Repubblica, sia il contesto interno delle stesse categorie.

Non so se il documento di Anci trova l’intesa di tutti i sindaci, sia dell’associazione, sia di quelli che non ne fanno parte. Così come non credo che vi sia, sull’argomento, una posizione unitaria dei segretari comunali. Ma, mi si consenta, i sindaci e i segretari non sono gli unici protagonisti del “governo locale”.

Forse il punto è proprio qui: si avverte, a buona ragione, la necessità di definire un modello capace di interpretare le istanze del territorio e di consentire alle amministrazione più vicina ai cittadini, di trovare adeguati strumenti di risposta. Ma perche ciò avvenga, la strada non è quella di aprire una contesa tra i protagonisti del sistema, allo scopo di favore o garantire una a discapito dell’altra. Ed è ancor più grave se ciò avviene con atteggiamenti muscolari di contrapposizione, come se non si trattasse di pezzi dello stesso puzzle.

C’è bisogno di una visione unitaria e funzionale di “governo locale”, all’interno della quale ogni ruolo trovi la ragione di esistere e le garanzie per il corretto esercizio delle proprie funzioni. E non è un’emergenza che riguarda soltanto i sindaci o i segretari comunali. La questione è prioritaria per ogni cittadino o professionista o imprenditore o genitore o anziano o giovane o disabile… cioè tutti, senza distinzione alcuna.

Abbiamo assistito a riforme epocali interessate all’assetto delle istituzioni centrali, ma non abbiamo notizia della volontà di disegnare un modello funzionale di “territorio”. Anzi, abbiamo assistito alla proliferazione di Autorità centrali, Dipartimenti e alla abolizione pasticciata delle Province. E ciò è strano, visto che la Costituzione assegna alle autonomie locali la responsabilità delle “funzioni amministrative”.

Probabilmente (e chiedo perdono per il mio ottimismo, ma credo nella necessità della ricerca di un dialogo) il documento di Anci ha un merito: quello di avere provato a mettere a tema la questione, pur nella consapevolezza che sarebbe stata interpretata come una “forzatura” e avrebbe scontentato molti. C’è da sperare che quel documento sia un punto di partenza sul quale sia possibile intrattenere ciò che forse, da tempo non avviene: un confronto tra tutti.

Ma per tutti, non intendo i Sindaci e i segretari comunali, ma tutti i soggetti del territorio, anche i cittadini, le imprese, i professionisti, ecc. La riforma del sistema del “governo locale”, infatti, dovrebbe essere l’esito di un confronto tra tutti i protagonisti “reali”. Perché è grazie a tutti loro che ha senso il territorio ed è ai loro bisogni che si rivolge.

La vera riforma da avviare, mi si consenta, è “mentale”. Dobbiamo abbandonare lo stile di chi punta a difendere la propria categoria e aprirci, invece, verso una visione di “sistema”. E’ sbagliato, infatti, interpretare il Comune come un luogo in cui assicurare le garanzie a favore di chi vi eserciti la sua funzione politica o amministrativa.

Ben venga la proposta di una rivisitazione del TUEL (ne parlammo già nel nostro convegno a Bologna nel settembre 2016, e chissà quanti altri, prima di noi) ma non deve essere un gesto riservato ad alcuni protagonisti. Sarebbe bello se il quadro normativo del nuovo “governo locale” fosse l’esito di un processo che raccolga le aspettative di chi e vi abita e vi affida il proprio percorso personale, familiare, lavorativo, ecc.

E’ soltanto così che può emergere “quale modello di sindaco” risulti più funzionale o “quale ruolo assegnare al segretario comunale” o “quali funzioni definire per i dirigenti” e soprattutto, mi si consenta, quali spazi considerare come “intoccabili” rispetto alla “deriva regolativa” di uno Stato che attraverso Piani, Regolamenti, Linee guida, circolari, fogli elettronici ecc. sta paralizzando ogni possibilità di sviluppo del Paese e mortificando il ruolo delle periferie.

Gli enti territoriali, infatti, ormai, dedicano la maggior parte del tempo ad assecondare prescrizioni “centrali” (di dubbia utilità o di sicura inutilità) anche con il rischio di sanzioni, trascurando la ragione della loro esistenza: il servizio alla collettività di cui sono “enti esponenziali”.

E’ da qui che deve partire, a mio modesto avviso, ogni riforma del “governo locale”, affermandone la dignità di soggetto prioritario tra gli enti della Repubblica ed elevando l’interesse della collettività a bene primario rispetto ai vincoli centralistici.

In un contesto, realmente autonomo, responsabile e in contatto con il proprio territorio, ha senso di discutere del ruolo dei sindaci o dei segretari o dei dirigenti, ecc.

Si tratta di un nuovo paradigma, ma è soltanto così che si segna il cambiamento.

Perchè vi sia “buona amministrazione”, non vuol dire che deve essere “buona” per qualcuno e “cattiva” per altri, ma deve essere utile e funzionale per “tutti”.

Mettiamoci al lavoro “tutti”, senza pregiudizi o appartenenze, senza rivendicazioni personali e senza piedistalli. Si tratta davvero di prestare un servizio importante al nostro Paese: quello di disegnare insieme un modello di “governo locale” nel quale possa ritrovarsi, sia chi amministra, sia chi dirige, sia chi vi abita o vi esercita una professione.

Partiamo da qui.

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