01/08/2016 – Le ferie dei deputati e quelle dei magistrati: 40 a 30

Le ferie dei deputati e quelle dei magistrati: 40 a 30

di Salvatore Sfrecola

 

“Stremati dal lavoro”, come scrive Il Fatto Quotidiano oggi, i nostri parlamentari si prendono 40 giorni di ferie. In pratica torneranno al lavoro a metà settembre. Il giornale dà conto della produttività di alcuni deputati e senatori, delle loro assenze e della assiduità con la quale alcuni seguono i lavori parlamentari, si impegnano nelle discussioni e nella presentazione di iniziative legislative, mentre altri denunciano assenze superiori al 99%. E viene spontaneo richiamare quella vicenda, che ha occupato le cronache dei giornali due anni fa, sulle ferie dei magistrati che il Presidente del consiglio si era impegnato a ridurre, ed ha ridotto, secondo la sua tecnica di colpire in anticipo i suoi avversari o presunti tali.

In pratica, con questa vicenda delle ferie, che spiegheremo subito, il Presidente del consiglio ha voluto additare ai cittadini italiani i magistrati quali fruitori di un congedo feriale più lungo di quello degli altri lavoratori del pubblico impiego, in questo modo cercando di danneggiarne l’immagine agli occhi della gente che li avrebbe dovuto ritenere poco assidui. E probabilmente c’è riuscito, perché i giornali e le televisioni non hanno spiegato come stavano le cose.

In realtà i magistrati italiani hanno sempre avuto un periodo di ferie di 30 giorni, come tutti gli altri dipendenti pubblici. La legge precisava che i magistrati che sono addetti agli uffici giudiziari, cioè quelli che tengono udienza nei Tribunali, nelle Corti d’appello e in Cassazione, a differenza dei loro colleghi che prestano servizio al Ministero della Giustizia, usufruiscono di altri 15 giorni, periodo destinato alla redazione delle sentenze e degli altri atti giudiziari di competenza del magistrato.

Avviene, infatti, ma la gente non lo sa, che le udienze nei tribunali negli altri luoghi dove si amministra la giustizia si tengano fino alla fine di luglio, cioè immediatamente prima dell’inizio del periodo feriale che corrispondeva ai 45 giorni di sospensione dei termini, che non serviva soltanto ai magistrati ma anche agli avvocati. Oggi la “sospensione feriale” è ridotta a 30 giorni, coincidenti con il mese di agosto, cosa non gradita al Foro che si trova a dover riprendere subito dopo la conclusione delle ferie misurandosi con le relative scadenze processuali.

La disciplina di questi 15 giorni non è illogica perché se un magistrato, avendo tenuto udienza a fine luglio, fosse partito per le ferie il giorno successivo, non essendo possibile pretendere che impegnasse parte delle ferie per lavorare, avrebbe dovuto redigere la sentenza al ritorno, con evidente aggravio, dovendo procedere alla completa rilettura di atti che avrebbe avuto ancora freschi in mente all’indomani dell’udienza e della Camera di consiglio nella quale sono state decise le motivazioni che hanno indotto il collegio a decidere in un certo modo. Tutto questo poi si inserisce in un dibattito ampio, del quale si è avuta contezza anche alcuni giorni fa a In Onda,la trasmissione serale di approfondimento de La7, con l’intervento di Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), sulla tipicità dell’attività giudiziaria, cioè della preparazione e la gestione in udienza e nella successiva redazione di atti giudiziari, ordinanze o sentenze, non paragonabile a quella di qualunque altro ufficio pubblico. Gli uffici amministrativi, infatti, adottano provvedimenti di vario genere, anche complessi, ma che sono per la maggior parte dei casi standardizzati, spesso ancorati a precedenti.

Nella trasmissione televisiva, nella quale si è confrontato con Parenzo e Labbate, Davigo ha ricordato che i magistrati, a meno che siano titolari di uffici direttivi (presidenti di Tribunali o Corti d’Appello, presidenti di sezione della Cassazione) non dispongono di un ufficio personale, nel quale mantenere le carte e lavorare alla stesura degli atti. Questa attività essi svolgono da sempre a casa. Infatti negli uffici giudiziari esistono delle sale arredate con armadietti dedicati ad ogni magistrato nei quali vengono conservate la toga, i documenti e i fascicoli. E dove normalmente c’è un tavolone sul quale i giudici si appoggiano per scrivere. È evidente che in queste condizioni è possibile lavorare bene esclusivamente a casa, in un locale destinato allo scopo, dove nel silenzio (i giovani magistrati hanno figli piccoli e spesso, ovviamente, rumorosi), con i loro codici ed i testi di dottrina (regolarmente pagati in proprio dal magistrato e non detraibili dal reddito, come accade per gli avvocati), in collegamento via internet con le banche dati che da alcuni anni assistono i magistrati a cura dell’amministrazione della giustizia. Lì scrivono i loro atti. Che non sono mai semplici. La ricostruzione del fatto, necessaria per ristabilire le responsabilità e motivare la sentenza richiede sempre alcune ore. E se i cittadini sapessero che i nostri magistrati, i quali, per dato fornito dall’Unione europea, risultano i più produttivi, sono chiamati a redigere annualmente molte centinaia di atti, si renderebbero conto delle difficoltà della giustizia per la quantità di cause che non ha nessun paese al mondo e per la scarsità di personale addetto. Pensate che mancano oltre a molti magistrati circa 10.000 cancellieri e senza un cancelliere non si può tenere udienza. In queste condizioni, che conosce chiunque in qualche modo è stato interessato ai problemi della giustizia, è chiaro quali sono i veri problemi da risolvere. Matteo Renzi, specialista nel giocare di anticipo aggredendo spesso gratuitamente, ha fatto intendere agli italiani che i problemi della giustizia fossero in quei 15 giorni nei quali magistrati, attaccandoli alle ferie, scrivono le sentenze relativi ai giudizi discussi nelle udienze tenute nei giorni precedenti. Questo approccio al tema giustizia non solo è scorretto, perché cerca di danneggiare l’immagine di una categoria essenziale per il buon funzionamento della vita civile, che se ha difetti non sono certo quelli della produttività, ma confonde le idee agli italiani, cosa che nessun politico dovrebbe fare e mai il Presidente del consiglio dei ministri che non è unquisque de populo ma è il Capo del governo, con precise responsabilità nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica che deve correttamente informare. Mi auguro che queste considerazioni nate da un titolo “sparato” in prima pagina sulle “onorevoli ferie” di deputati e senatori serva a restituire agli italiani il senso delle cose in un settore molto delicato perché la giustizia civile è gravata da una quantità enorme di procedimenti che la rendono lenta, per cui gli imprenditori cercano di evitare di entrare nei conflitti e gli stranieri si guardano bene dall’investire in Italia. Questi sono i problemi che Presidente del consiglio avrebbe dovuto affrontare, non con la barzelletta delle ferie dei magistrati, che ha difeso a spada tratta ancora di recente con quel suo tono spavaldo ed arrogante che ormai gli italiani conoscono bene, che è un suo limite e probabilmente la causa del costante calo della popolarità che segnalano gli istituti demoscopici i quali monitorizzano la opinioni dei cittadini.

31 luglio 2016

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